Recensione – Una stanza tutta per sé – Virginia Wool

Buongiorno lettori oggi voglio parlarvi di un celebre ed elegantissimo saggio che già nel 1928 possedeva tutti i toni e le caratteristiche per essere considerato un testo di natura femminista e che, per il periodo storico in cui comparve la prima volta (quasi cento anni fa per l’appunto), si proclama come la più antesignana delle trascrizioni sul tema delle donne e il romanzo, materia su cui la Woolf fu incaricata di tenere due conferenze e da cui ha origine l’elaborato processo mentale che apre le porte ad “una stanza tutta per sé. 

Scheda Tecnica

  • Titolo: Una stanza tutta per sé
  • Autore: Virginia Woolf
  • Editore:‎ Feltrinelli
  • Data pubblicazione: 3° edizione – 5 giugno 2013
  • Genere: Classici
  • Copertina flessibile: 160 pagine
  • Cartaceo: 9,02 euro
  • Ebook: 1,99 euro

Trama

Nell’ottobre del 1928 Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È l’occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria. Il risultato è questo straordinario saggio, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, che ripercorre il rapporto donna-scrittura dal punto di vista di una secolare esclusione, attraverso la doppia lente del rigore storico e della passione per la letteratura. Come poteva una donna, si chiede la scrittrice inglese, dedicarsi alla letteratura se non possedeva “denaro e una stanza tutta per sé”? Si snoda così un percorso attraverso la letteratura degli ultimi secoli che, seguendo la simbolica giornata di una scrittrice del nostro tempo, si fa lucida e asciutta riflessione sulla condizione femminile. Un classico della scrittura e del pensiero. Con uno scritto di Marisa Bulgheroni.

Recensione

“Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato nel corpo di una donna?”

In questo libro l’autrice prende nota del percorso delle donne che, nel tempo, si sono affacciate alla professione di scrittrici e che, ammonite dalla cultura patriarcale – che le esortava a rinunciare sotto la pressione psicologica di una presunta inferiorità fisica e intellettuale – si sono imposte con coraggio in un panorama vastissimo, fino ad allora, inaccessibile e inesplorato. Un percorso, ci dice da subito l’autrice, ingombro di una serie di difficoltà che affonda le radici nella sfera economica e nell’impossibilità di possedere una stanza tutta per sé, espressione che la Woolf traduce nel bisogno d’indipendenza intesa sia a livello di rendita che di spazio. Avere una stanza tutta per sé diventa infatti sinonimo di libertà ed uguaglianza, terreno di conquista e privilegio per soli uomini che naturalmente avevano accesso alle biblioteche, alle università e a tutti quei luoghi dove la presenza femminile era invece vietata. Storicamente alla donna non era concesso di lavorare e – dato che il suo compito fondamentale era quello di trovare marito, prendersi cura della casa e dei figli – non era necessario che essa studiasse. Consentire ad una bambina di dedicarsi agli studi era, pertanto, una perdita di tempo ed ovviamente uno spreco di denaro. Questo ruolo – che ha assunto per noi donne la forma di un fossato, che come nelle antiche fortificazioni si figurava di avere una funzione difensiva – ci ha invece relegato agli ambienti domestici definendo i limiti della nostra esistenza alla ricerca costante della protezione maschile. Pochissime donne nel Cinquecento imparavano a leggere e nessuna ai tempi di Elisabetta avrebbe potuto scrivere una poesia o un sonetto senza che venisse etichettata, nella migliore delle ipotesi, come una donna pedante con la mania di scribacchiare, oppure, come spesso accadeva nel peggiore dei casi, una strega che con il suo genio dava prova di follia e infermità mentale.

Eppure nella letteratura d’immaginazione le donne venivano osannate come creature angeliche e purissime, dall’intelligenza raffinata e dalla bellezza ultraterrena. Difatti se dovessimo estrapolare un giudizio o un’immagine della figura femminile attenendoci solo agli scritti di quel periodo, non sarebbe sbagliato immaginarla come un’entità superiore, al pari di una dea o di una creatura ancestrale. Ciò non toglie che nella realtà non sapeva quasi leggere, veniva rinchiusa, picchiata e maltrattata. Per tutte queste ragioni, e per molte altre, è dunque impensabile che una donna ai tempi di Shakespeare avesse potuto ereditare l’arte di fare letteratura poiché se anche avesse avuto la folle idea di mettere a frutto il suo potenziale sarebbe stata così tanto ostacolata da perdere irrimediabilmente la ragione.

Completamente soggette alla volontà del patriarca, prive di denaro proprio e di una stanza dove potersi rinchiudere a scrivere, le donne con un po’ di estro creativo finivano per appiattire il proprio talento sotto il peso di una cultura maschilista che senza enfatizzare l’inferiorità dell’altro sesso non avrebbe potuto attuare tutte le scoperte che hanno cambiato il mondo.  “Senza questa facoltà – dice la Woolf – la terra probabilmente sarebbe ancora fango e giungla e noi saremmo ancora a incidere la sagoma del cervo su qualche osso rotto.” Con una metafora originalissima – che attribuisce alle donne la funzione di specchi dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia del naturale – la Woolf riassume tutti i meccanismi sociali che regolavano il rapporto tra i sessi, ascrivendo al maschilismo la necessità di sentirsi superiore ad almeno la metà del genere umano. Se l’uomo non avesse adattato la visione dello specchio infatti non si sarebbe sentito incoraggiato e il suo pensiero non sarebbe progredito in nessuna direzione.

Da qui l’autrice analizza le cause della mancanza di una tradizione letteraria femminile e fa partire un’indagine sulla condizione delle donne che hanno avuto il coraggio di imprimere su carta una traccia della loro esistenza. Se le condizioni materiali sono il principale ostacolo allo sviluppo di talenti artistici, non c’è da stupirsi dunque che i primi accenni di un’attività letteraria tra le donne compaiono non prima del XVII secolo in ambienti esclusivamente aristocratici da fanciulle senza figli che scrivevano per hobby e che, ad esclusione di qualche brillante eccezione, si nascondevano dietro uno pseudonimo maschile. Sono tanti i nomi che la Woolf cita all’appello, donne con grandi capacità di scrittura ma che, anche nel novecento, per la paura di essere derise si firmavano con i nomi, ora famosi, di Currer Bell, George Sand e George Eliot.

“È molto più importante essere se stessi che non tutto il resto.”

È in questa frase tanto semplice quanto espressiva che la Woolf esemplifica il concetto chiave del saggio, canale attraverso cui confluiscono le correnti del suo pensiero, fatto di divagazioni e voli pindarici. Essere se stessi richiede forza e coraggio, un esercizio che le donne – nello sforzo di ribellarsi alle convenzioni – non sono mai state in grado di eseguire a discapito anche della loro produzione letteraria, che subiva degli effetti di un agitato flusso di coscienza. Sopraffatte dal rancore di rivendicazioni attuali e pregresse, la Woolf attesta come grandi scrittrici abbiano finito per sminuire la grandezza artistica delle loro opere perché vittime della loro stessa rabbia, auto sabotate dal risentimento per il proprio ruolo sociale. Come Charlotte Brönte che in Jane Eyre si perde in divagazioni sul tema della libertà a discapito del filo narrativo, allo stesso modo molte donne si crogiolano nelle critiche e nelle lamentele perdendo di vista il motivo di tanti affanni. Ed è in queste considerazioni severe che troviamo l’elemento di maggiore fascino intellettuale come la fiducia nel progresso e in un irrefrenabile percorso di crescita che conduca le donne all’affermazione di se stesse, dei propri talenti e virtù.

“Perciò vorrei chiedervi di scrivere ogni genere di libri, senza esitare di fronte a qualunque argomento, per quanto comune o per quanto vasto. In un modo o nell’altro, spero che avrete denaro sufficiente per viaggiare e per oziare, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e perdere tempo agli angoli di strada e lasciare che la lenza del pensiero peschi a fondo nella corrente. […] Se volete farmi piacere dovreste scrivere libri di viaggi e di avventure, di ricerca e di erudizione, di storia e di biografia, di critica e di filosofia e di scienza.”

Con uno stile elegante e uno slancio di lucidità e genuina indignazione, l’autrice apre un varco su una questione invalidante per le donne, tacita e indiscutibile per gli uomini. Un saggio pieno di continue e repentine digressioni, cambi di direzioni, riflessioni e informazioni che allargano il focus del discorso ma che divergono e si dipanano nel centro di un’unica grande ragnatela; un intreccio intricato di argomentazioni da cui traspare una profonda conoscenza della letteratura britannica senza mai perdere di vista l’argomento centrale: le donne e il romanzo. Consiglio di non lasciarsi scoraggiare dalla lentezza delle prime pagine e di proseguire nella lettura perché anche se l’inizio può sembrare pedante, l’abilità narrativa della Woolf è troppo acuta e intelligente per rivelarsi una sterile annotazione di eventi. Una stanza tutta per sé è un faro di speranza per le nuove generazioni; una guida che l’autrice ci lascia in eredità sotto forma di tacita aspettativa, per riflettere e agire come lei ci ha insegnato: con coraggio, astuzia e testardaggine qb.

Voto: Cinque stelle!

lettereecolori

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