Recensione – Villàurea Signura quasi Himera – Vincenzo Ognibene

26 Febbraio 2022

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, di gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
[Franco Arminio]

Scheda Tecnica

  • Titolo: Villàurea Signura quasi Himera
  • Autore: Vincenzo Ognibene
  • Casa editrice: Coppola Editore
  • Data pubblicazione: 2011
  • Copertina: flessibile
  • Genere: Poesia
  • Cartaceo: € 9,00

Trama

Domenica scorsa ho deciso di fermare il tempo… si, avete capito bene! Fermare il tempo!!!
Anzi vi dirò di più… non solo ci sono riuscita, ma addirittura ho compiuto un viaggio.
Dove? Indietro nel tempo, fino ad approdare agli inizi del secolo scorso.
Come ho fatto?

Beh… è bastato poco. Mi è bastato raggiungere un luogo fascinoso e pieno di suggestioni che si trova a due passi da casa mia. A pochi chilometri da Cerda, in provincia di Palermo.
Un borgo in aperta campagna che per me rappresenta uno di quei luoghi dell’anima… perché da lì  parte la mia discendenza. Lì sono vissuti i miei avi.
Porto con me il libro del caro amico e poeta Vincenzo Ognibene, che in quel luogo ha trascorso la sua primissima infanzia, proprio accanto a mio padre. Insieme hanno condiviso giochi e stenti, lavoro e marachelle.

Scorci di pura civiltà contadina.
Scorci di ciò che “non tornerà mai più”.
Per fortuna abbiamo i libri… e per fortuna abbiamo la poesia che riesce a fare da specchio alle emozioni vissute in un tempo che non  esiste più.

Ririèvanu senz’aviri nenti
favi, ciciri e mmiènnuli caliati
nnê vattìi e nnê matrimùoni:
pinzati pp’u zzu Vàrtulu.
Sunnu ccà na sti quattru petri
ca dunnu vuci ô me cuntu.
Vuògghiu isari mura
pp’u mumièntu lùongu
ddà nnâ strata ca fu
ncùontru dû furmientu.

Ridevano senza avere niente
fave, ceci e mandorle abbrustolite
nei battesimi e nei matrimoni:
pensate per lo zio Bartolo.
Sono queste quattro pietre
che danno voce al mio racconto.
Voglio costruire
un museo della memoria
là dove la strada è stata
l’incontro del frumento.

Vincenzo Ognibene porta nel cuore quei luoghi e tutte le atmosfere che sono impresse nella sua anima di bambino. Un abitante di Villàurea che precocemente ha lasciato quei paesaggi.
Ricordiamoci Pessoa: Eterni viandanti di noi stessi, non esiste altro paesaggio se non quello che siamo.
È la nostra identità e non possiamo negarla. Noi apparteniamo alla ormai tramontata cultura contadina.
E abbiamo il dovere di proteggerne la memoria.
E il modo più sensato è quello di proteggere i luoghi dove scene di vita quotidiana si sono susseguiti un secolo dopo l’altro.

Marunii
di dda ncapu àuti scinnèvanu
ppî viola mànnira d’armala
fini ô chiami da Signura.
E di Gibbilimanna veni frati Annunziatu cu visazzi d’alona
supra u mulu
p’arricampari furmientu ppi l’aria
di viddana ppi cànciu dû çiauru di na sarda e tri olivuzzi.
Iò picciriddu.

Madonie di là sopra alte scendevano per viottoli mandrie di animali fino al piano di Villàurea e da Gibilmanna viene frate Annunziato con grandi saccocce d’alona sopra il mulo per fare la questua del grano nelle aie dei contadini in cambio del profumo di una sarda salata e tre olive.
Io bambino.

Scene suggestive e commoventi che l’abile penna di Ognibene ha narrato attraverso queste semplici, chiare e sincere poesie in dialetto siciliano.
Tanta povertà in quei luoghi, ma altrettanto rispetto… per qualsiasi forma di essere vivente e non…
per le pietre, per gli alberi, per gli animali…

Nerina
canuzza nica
trippìa mmenzu a vigna.
Unni ti nn’isti.

Nerina, piccola cagnolina
balli in mezzo alla vigna.
Dove te ne sei andata.

Ogni verso porta con se una delicata nostalgia… ma costante e profondamente radicata.

DALLA PREFAZIONE DI GIOVANNI RUFFINO

“Negli anni cruciali tra la fine del ‘900 e il terzo millennio, un uomo colto e gentile, che ha ormai trascorso la giovinezza, pittore raffinato, con alle spalle una sincera militanza politica a sinistra, amico fraterno di Giuseppe Battaglia, prende carta e penna e scrive versi sotto dettatura di se medesimo bambino, poi ragazzo, poi uomo ormai maturo.”

Unni arriscireva un arristò cchiù nnenti.
Scumpareru i vavaluci dâ Signura
e puru i cristiani e i muli.

Dove frugavo non è rimasto più niente.
Sono scomparse le lumache a Villaurea e pure gli uomini e i muli.

Non mi resta che ringraziarti carissimo Vincenzo Ognibene per quest’opera, per aver condiviso con noi le tue emozioni più profonde,  per avermi portata indietro nel tempo alla scoperta dei luoghi che mi hanno fatta sentire più vicina ai miei ascendenti. È stato come ricevere un bacio e una carezza affettuosa da chi mi ha preceduta in questa meravigliosa terra.

Prima di chiudere sento la necessità di fare un appunto dopo aver appurato lo stato di incuria di Villaurea e soprattutto delle condizioni in cui si trovano le strade per raggiungerla.
Ho avuto modo di parlare con i pochi abitanti del luogo e ho altresì constatato la loro amarezza per il fatto di essere così tralasciati e abbandonati a loro  stessi per le condizioni disastrose in cui versa quel borgo e quel paesaggio.

Al di là delle varie scuole di pensiero sulle quali non mi voglio soffermare, lungi da me il voler fare polemica, desidero comunque riportare la definizione della Convenzione europea del paesaggio che lo qualifica come “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.”
Resta inteso che ciò che conta è la sua tutela e la sua valorizzazione perché trattasi di un bene unico e prezioso, dal valore inestimabile.

Scrigno del passato e custode della storia.

La rubrica Review Diary è uno spin-off del libro Una nature lover in lockdown e nasce dal desiderio di dar seguito alle pagine del mio libro-diario, che calorosamente tutti i miei lettori mi hanno richiesto.
Salvina Cimino

Un pensiero riguardo “Recensione – Villàurea Signura quasi Himera – Vincenzo Ognibene”

  1. Sono particolarmente legato “a Signura / Villaurea”,
    perché ho avuto modo di frequentarla,
    periodicamente nel periodo estivo,
    quando mio padre e i suoi fratelli,
    proprietari di una vecchia trebbiatrice,
    favevano due postazioni a Villaurea,
    una sopra e una sotto le case, per trebbiare i covoni di grano che i contadini ammucchiavano in prossimità della trebbiatrice, composto da tre elementi,
    dai quali veniva fuori la paglia separata dal grano.
    Quindi,
    almeno per 20 giorni l’anno,
    io, adolescente,
    parliamo dei primi anni ’60,
    a scuole chiuse,
    andavo con mio padre in giro per il territorio di Cerda, e anche,
    nella fattispecie,
    di Termini Imerese
    per la trebbiatura.
    Ricordo vagamente Vincenzo Ognibene.
    Meglio di me lo hanno conosciuto i miei cugini,
    più grandi di me di alcuni anni.
    Ho rivisto Vincenzo da grande,
    sempre con quella barba che gli ricopre il viso,
    che gli ha fatto sempre compagnia.
    Non ho avuto mai occasione di vederlo senza barba,
    e mi pare che ancora la porti, anche se ormai bianca.
    Responsabile del Feudo della “Signura” era u “‘zzu Iacuzzu Cicero” (zio Giacomo Cicero), originario di Gratteri.
    Era sposato,
    ma non aveva figli
    e abitava in una vecchia casa del caseggiato.
    Era molto amico di mio padre e dei miei zii
    e ogni tanto veniva a Cerda
    a trovarli,
    in groppa ad un mulo.
    Allora Villaurea,
    ricordo era abitata da poche famiglie di contadini.
    Saranno stati in tutto una ventina,
    non credo arrivassero a 30.
    Quando con mio padre,
    che aveva una seicento,
    andavamo a trovare lo zio Giacomo,
    lui ci dava da assaggiare il formaggio
    e ci mettevamo a mangiarlo fuori di casa,
    seduti su uno scalone in cemento,
    attaccato alla casa,
    come fosse il salotto dove sedersi a parlare.
    Ricordo un aneddoto che non ho mai dimenticato,
    anche se sono trascorsi quasi 60 anni.
    Mio padre aveva caricato sul suo camion i sacchi di grano dei contadini,
    che coltivavano il Feudo e una volta giunti al caseggiato dovevano essere scaricati.
    Mio padre salì sul cassone posteriore
    e cominciò ad avvicinare i sacchi
    per essere portati dentro il magazzino,
    ma i contadini si rifiutarono di scaricarli,
    perché era tardi.
    Allora lo zio Iacuzzu,
    persona buona, educata e perbene,
    nonostante fosse anziano,
    si avvicinò al camion e,
    aiutato da mio padre,
    cominciò a caricare sulle spalle, uno alla volta,
    i sacchi che mio papà gli porgeva da sopra il camion
    e li scaricava dentro il magazzino, mentre tutti guardavano.
    Una scena pietosa da vedere,
    con i giovani che guardavano e una persona anziana che si caricava sulle spalle sacchi di grano,
    pieni con 4 tumuli di grano,
    del peso di circa 54 kg ciascuno.
    Mio padre allora prese la parola
    e fece loro una bella ramanzina,
    con cui rimproverò chi si era rifiutato di portare i sacchi dentro.
    Solo allora i giovani,
    per rimorso di coscienza,
    si convinsero e aiutarono a portare dentro i sacchi di grano. Ho ricordi indelebili da “Signura”.
    Non so se Vincenzo Ognibene si ricorda di me,
    perché io ero ragazzino
    e la sua famiglia intorno agli anni sessanta andò via da Villaurea.

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