68# La vostra voce – Pinot grigio a colazione – Floriane Canovas

Buongiorno cari lettori, oggi inauguriamo una nuova rubrica, “La vostra voce”, un’idea nata in collaborazione con il blog Tra due mondi, per dare voce e spazio ai vostri scritti. Appuntamento fisso ogni martedì e giovedì.

Scheda Tecnica

  • Titolo: Pinot grigio a colazione
  • Autore: Floriane Canovas
  • Editore : PubMe
  • Data pubblicazione: 26 ottobre 2020
  • Collana editoriale: Belle Époque Pink (Della Segreti in giallo edizioni)
  • Copertina flessibile : 288 pagine
  • Genere: Giallo/Romance
  • Cartaceo: 13,30 euro
  • Ebook: 2,99 euro
  • Kindle Unlimited: disponibile

Trama

La vita matrimoniale di Barbara va a rotoli. Sta per separarsi da suo marito e come se non bastasse scopre che lui ha un’altra da ben cinque anni. Ossia, da quando si sono sposati.
Sola e disoccupata finisce per accettare il lavoro in un pub. Qui ritrova una sua vecchia amica di infanzia e incontra Alessandro. Tra lei e il suo capo scatta una fatale attrazione che diverrà amore.
Una serie di rivelazioni sconvolgenti però, la porteranno ad affrontare un passato sconosciuto e pericoloso sul quale incombe una scia di brutali omicidi.
Il serial killer è lì, più vicino di quanto creda.

CINQUE BUONI MOTIVI PER LEGGERLO

1. C’è una bella storia d’amore (con un manzo ahahah)
2. La protagonista dovrà risolvere un mistero terribile che le travolgerà la vita
3. In questo romanzo si sottolinea la forza delle donne
4. C’è adrenalina
5. Parla anche di rinascita 

Estratti

Sono stanca. Di quella stanchezza che ti risucchia in un vortice nero. Mentre le urla di Giacomo riempiono la stanza, afferro la borsa.
Prima di uscire dalla porta gli occhi mi cadono sulla foto delle nostre nozze, ero così felice quel giorno nel mio abito bianco con il corsetto ricamato in pizzo, il mio sguardo era pieno d’amore per il mio sposo. Un matrimonio che sembra perfetto, quello che tutti sognano e desiderano ma che tra le mura domestiche da qualche anno a oggi non riconosco più.
Un momento prima sei felice, fai progetti, sogni, programmi viaggi. Un attimo dopo prepari la valigia e te ne vai.
Carico il borsone dentro la mia Mitsubishi Space Runner del ’97 e imbocco il vialetto dando un ultimo saluto a quello che ormai sarà il mio vecchio indirizzo; guardo nello specchietto retrovisore la casa su due piani di mattoni rossi diventare sempre più piccola e lontana e mentre guido senza meta mi sento quasi sollevata.
Non sono pronta a tornare dai miei genitori e affrontare il discorso. Loro sono all’oscuro della crisi che va avanti da anni tra me e mio marito e, dopo l’ennesimo litigio, non ho la forza di spiegare tutto alla mia famiglia e rispondere alle loro domande, quindi vado in un b&b della zona.
Per fortuna mi sono rimasti dei risparmi dal mio ultimo lavoro, così per qualche giorno posso starmene sola e riordinare le idee.
Come prima cosa da fare devo assolutamente trovare un’occupazione, visto che dopo il fallimento della ditta per la quale lavoravo come biologa, sono rimasta disoccupata.
La stanza è carina, un bel letto matrimoniale bianco posato su un parquet grigio. È in stile shabby chic, che va tanto di moda ultimamente, ma devo dire che mi piace.
Devo farmi una doccia, ho bisogno di lavare via tutta la tossicità di quest’ultima discussione. Mentre l’acqua scorre sulla mia pelle mi rimbombano nella mente tutte le frasi cattive che mio marito mi ha detto ultimamente.
Dopo il matrimonio è cambiato. Prima mi trattava come una regina, la sua regina. Poi ci siamo sposati, cosa che desideravamo tanto entrambi, ma da quel momento le cose sono vertiginosamente precipitate.
Esco dalla doccia e mi stringo nell’accappatoio in spugna bianca.
Profuma di pulito. Questo odore mi fa quasi sentire a casa e mi dà una carica inaspettata.
Devo scrivere una lista delle cose da fare.
Afferro il cellulare per aprire il blocco note ma trovo tre chiamate di mia mamma, due del mio papà e vari sms con scritto in maiuscolo di richiamarli.
Chiamo mia madre che risponde al secondo squillo.
«Oh mio Dio, dove sei?»
Il suo tono è carico di ansia e preoccupazione.
«Perché? Che succede Mamma? State tutti bene?»
Non posso dir loro che sono in un b&b, troppe domande.
Sospira. «Ci ha chiamati Giacomo, pensava fossi qui. Ci ha detto che domani devi andare a prendere la tua roba altrimenti la butta. Mi vuoi dire cos’è successo?»
Ecco. Non sono pronta a parlare ora.
Non sono pronta a spiegare.
Non sono pronta a giustificarmi.
«Domani passo di là e vi spiego tutto.»
La mia voce risuona più triste di quel che voglio e un nodo inizia a chiudermi la gola. Cerco di ricacciare indietro le lacrime che fanno capolino dagli occhi ma in poco tempo il cellulare inizia a bagnarsi.
«Tesoro, mi fai preoccupare così. Dimmi dove sei, non voglio lasciarti sola!»
Sento l’apprensione di mia madre dall’altro lato della cornetta e so che non mi lascerà in pace finché non mi vedrà di persona.
Devo dirle dove mi trovo «Ti mando l’indirizzo via messaggio.»

Le sue mani stringono le mie, pensavo sarebbe stato più difficile raccontare la fine del mio matrimonio ma contro ogni aspettativa mi rendo conto che parlarne con qualcuno mi alleggerisce.
«Perché non me lo hai detto?»
Dietro a questa domanda percepisco una sorta di senso di colpa per non essersi accorta di niente.
Faccio un respiro profondo.
«Perché speravo cambiasse. Speravo iniziasse ad amarmi di nuovo come qualche anno fa. Speravo di sbagliarmi e avevo paura di buttare all’aria tutto… Mi sento una fallita!»
Un lampo d’orrore appare negli occhi di mia madre.
«Fallita? Perché lasci un uomo che ti ha trattata male per anni? Dovevi farlo prima. Dovevi parlarcene. Noi siamo dalla tua parte… Tuo padre ed io siamo qui per te.»
Mi sento in colpa per non essermi confidata prima con loro, forse non sarei arrivata a questo punto.
Forse oggi non sarei l’ombra di me stessa.
«Mi dispiace mamma!»
Il suo abbraccio e la sua stretta mi danno forza.
Ho sete e fame, non ho cenato e il mio stomaco inizia a brontolare rumorosamente.
«Non hai mangiato?»
Scuoto la testa.
«Ho visto una tavola calda qui sotto. Perché non vai a mangiare un boccone? Io rimango qui e chiamo tuo padre che è preoccupato.»
Non ho voglia di uscire ma la fame inizia a farsi sentire prepotentemente. Vado a lavarmi il viso e a darmi una sistemata. Il riflesso nello specchio non mi piace. Vedo una donna troppo pallida, con occhiaie troppo grandi che contornano occhi castani spenti. Raccolgo i capelli in uno chignon morbido e alcune ciocche castane mi cadono sul viso. L’acqua fresca a contatto con la pelle bollente per il pianto mi dà sollievo.
Afferro la giacca in similpelle e mi dirigo verso il pub che si trova di fianco al mio alloggio.
È eccessivamente affollato per essere un martedì, meglio cercare un posto appartato per non dare nell’occhio, così mi siedo sull’unico sgabello libero al bancone, vicino alla cassa.
Una ragazza poco più che maggiorenne, con i capelli rosa, si avvicina e mi lascia un menù anche se so già cosa mangiare.
«Posso già ordinare?»
Mi guarda stupita mentre le rendo la lista delle pietanze.
«Sì»
Le sorrido cortesemente. «Vorrei un club sandwich con salsa rosa a parte e una birra media alla spina. Grazie!»
Mentre attendo la mia cena, una coppia si avvicina alla cassa per pagare. Porgono cinquanta euro e il mio sguardo si sofferma sul cassiere: un uomo sulla ottantina con molti capelli bianchi e una barba un po’ incolta.
La voce scocciata della coppia mi riporta alla realtà.
«Il resto è sbagliato!»
Il signore anziano rimane calmo e cerca di rifare i conti porgendo altre monetine di resto ma si vede che è in difficoltà così, senza rendermene conto, mi infilo nella discussione.
«Sono tredici euro e novantadue centesimi di resto.»
Tutti e tre si girano a guardarmi e il cassiere fruga tra le monetine aggiungendo i tre euro che mancavano.
La coppia se ne va senza salutare mentre il signore mi ringrazia.
«Cosa ci fa una giovane donna tutta sola in un bar?»
I suoi occhi sono gentili e la sua domanda è priva di qualsiasi malizia.
«Mangio» rispondo sorridendo mentre addento il panino appena arrivato dalla cucina.
«Come si chiama?»
«Barbara, lei?»
Bevo un sorso di birra.
Alza una bottiglia in vetro di birra per brindare. «Bruno.»
Un gruppo di amici interrompe la nostra chiacchierata per chiedere il conto ma inaspettatamente il cassiere mi chiama.
«Barbara scusi, visto che è così brava, verrebbe qui a dare una mano a questo povero vecchio?»
Non so se è una cosa legalmente accettabile ma non posso dir di no ad una richiesta d’aiuto così garbata. Prendo il mio panino, la mia birra e faccio il giro del bancone.
Con la coda dell’occhio mi accorgo che una delle cameriere sta telefonando a qualcuno e sento il nome «Bruno» in mezzo al discorso.
«Pensa sia sicuro che io stia qui con lei?»
Non vorrei finire in mezzo ai guai, ne ho già abbastanza.
Mi sorride tranquillizzandomi. «Ma certo cara, nessuno potrà dirle qualcosa finché io sono qui.»
I suoi occhi neri mi scrutano nel profondo come se fosse alla ricerca di qualcosa.
La porta d’ingresso sbatte così forte da far girare tutti i clienti verso la direzione del rumore.
Un uomo alto, capelli brizzolati spettinati, con addosso una t-shirt blu e un paio di jeans grigi si sta dirigendo nella nostra direzione con passo deciso.
«Laura,» una delle cameriere si gira verso di lui, «vieni in cassa.»
La sua espressione è indecifrabile ma il tono è pieno di rabbia.
Non promette nulla di buono.
«Voi due venite con me.»
Bruno si alza lentamente e io lo seguo.
Finiamo in una specie di retrobottega con una porta in acciaio su una parete. Quello che deduco essere il proprietario la apre e ci ritroviamo in un piccolo ufficio con scartoffie ovunque e una parete piena di scatoloni di bottiglie.
«Bruno, mi vuoi spiegare che succede?»
So che non sta parlando con me e dovrei semplicemente prendere le mie cose e andar via ma non riesco a fermarmi. «Non se la prenda con lui, la colpa…»
Vengo interrotta bruscamente. «Non sto parlando con lei.»
I suoi occhi sono color ghiaccio e in quel momento penso rispecchino bene la sua anima.
La figura anziana al mio fianco afferra una sedia e prende posto.
«Caro Alessandro, sono anziano e la signorina Barbara mi ha solo aiutato con i conti, è davvero molto brava. Dovresti assumerla!»
Rimango spiazzata e, a giudicare dall’espressione del capo, non sono la sola.
«Non vuoi più lavorare qui?»
«Sono pronto a lasciare il mio vecchio bar se assumi questa giovane donna al mio posto…»
Anima di ghiaccio sospira mentre Bruno si alza e un po’ zoppicante se ne torna in sala.
Alessandro si siede dietro la scrivania e inizia a frugare dentro un cassetto.
Afferra una penna e mi fa segno di sedermi sulla sedia davanti a lui.
«Allora Barbara, in genere faccio un contratto di sei mesi a tempo determinato poi si passa all’indeterminato. Per le ferie si fa a rotazione ma come ultima arrivata ovviamente dovrà prendere le settimane che rimangono. Lo stipendio invece è…»
Lo interrompo confusa. «Mi sta offrendo un lavoro?»
«Non è quello che vuole?»
No!
Sì.
No.
Un lavoro mi serve. Sono una donna che sta per divorziare, devo ripartire da qualche parte e per quanto come capo mi sembri un vero stronzo, direi che è la proposta più allettante della giornata.

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