Recensione – Clinamen – Sara Gavioli

Buongiorno lettori, oggi parliamo di attualità con un titolo che pochi conoscono ma penso meriti la vostra attenzione. Clinamen è il romanzo nato dalla penna di Sara Gavioli, un’autrice italiana che dalla Sicilia si trasferisce al nord per i soliti motivi che spingono un meridionale a partire. Si tratta di un “mosaic novel”, ovvero un libro dalla struttura narrativa divisa in cento brevi capitoli che, proprio come tessere di un puzzle, compongono un’immagine chiara e autentica della realtà lavorativa in Italia, raccontando con estrema sincerità la vita di molti ragazzi, sospesa tra la ricerca di stabilità ed il desiderio di realizzare i propri sogni. Con uno stile asciutto e severo, questo libro offre molteplici spunti di riflessione che spaziano dalle difficoltà economiche a quelle esistenziali, dai disturbi alimentari al timore di aprirsi a nuove relazioni.

«E allora, cosa sono i nostri problemi? Lì fuori ci sono stelle che esplodono, pianeti che si scontrano. Non ne sappiamo nulla, siamo microscopici. Ci pensi, all’importanza che hanno i tuoi problemi nell’universo?»

Scheda Tecnica

Trama

Sospesa tra il passato, distante ma ancora significativo, e il futuro che sembra non decidersi ad arrivare, osserva quella città piena di occasioni, così diversa dalla Sicilia che continua a richiamarla indietro. E mentre, come tutti, muove i primi passi in cerca di uno spazio nel mondo, le scorre attorno l’umanità che sussurra piccole storie quotidiane.
C’è la voce dell’uomo gentile dietro il muro, c’è il vecchietto incontrato in ascensore o la donna che beve birra alla fermata del tram. C’è la madre, rimasta su una poltrona nella vecchia casa, e poi un ragazzo, l’unico con cui si può parlare davvero. Ci sono progetti e speranze, e c’è soprattutto la domanda fatta da quel padre che non c’è più: cosa sei, cosa sarai?

Recensione

Clinamen è un libro profondo e introspettivo, ogni capitolo affronta un tema diverso e tutti sono legati da un filo invisibile che restituisce alla storia una visione integrale, frammentata nell’impostazione ma inesorabilmente chiara. Si tratta di capitoli autoconclusivi che possono essere letti in ordine del tutto casuale, dall’inizio alla fine o viceversa. La narrazione si nutre di minuscoli frammenti di vita che come diapositive scorrono davanti ai nostri occhi e spariscono in brevissimo tempo lasciando al lettore un gusto amaro e un senso d’inadeguatezza tipico dei giorni odierni. Attraverso questi piccoli episodi quotidiani, apparentemente irrilevanti e privi di significato, l’autrice mostra tutta l’insicurezza e la fragilità dei giovani d’oggi, in bilico tra la ricerca di un lavoro stabile che permetta loro di guadagnare e garantirsi una sistemazione certa ed il desiderio di spiegare le ali verso un futuro di ignote possibilità.

“Forse la parola “possibilità” mi è utile, alla fine. Ha il suono misterioso di quel che non conosci, quindi la rispetti. Sembra importante. E poi boh, Milano. Ci saranno almeno qui, queste maledette possibilità. Avrò ragione anch’io, insomma.”

La protagonista è una ragazza siciliana che da Siracusa si trasferisce a Milano con una valigia piena di speranza, timore e amara consapevolezza. Una storia che, soprattutto al sud, sentiamo ripetere troppo frequentemente e sempre con lo stesso sentimento d’impotenza che accomuna molte famiglie le quali, per motivi di lavoro o istruzione, vivono divisi da chilometri di distanza. Diventata ormai una prassi comune, questa corrente migratoria di studenti e giovani lavoratori sembra portare via con se le speranze del mezzogiorno che, a detta dei fatti, poco ha da offrire alle nuove generazioni, scoraggiate da una carenza occupazionale e da contratti inesistenti.

Sono sempre di più, infatti, i ragazzi che decidono di emigrare al nord oppure all’estero dove la parola “possibilità” assume un significato diverso, più concreto rispetto all’utopistico concetto meridionale a cui siamo ormai comunemente abituati.

 “Apro un file nuovo. Scrivo, batto sulla tastiera. Forse non lo leggerà mai nessuno, ma scrivo lo stesso. Oggi sono qui, esisto, posso farlo. Sono ancora viva.”

Clinamen racconta una storia vera e lo fa in maniera universale, offrendo a tutti le condizioni ottimali per immedesimarsi in una figura senza volto, priva di denominazioni e descrizioni estetiche. Come la protagonista di Oriana Fallaci in “Lettera ad un bambino mai nato”, anche il personaggio creato dalla penna di Sara non ha un nome né un’età specifica che faccia da riferimento, motivo per cui chiunque può ritrovarsi nei pensieri frastagliati e negli attimi che compongono questo romanzo. Sara ha la capacità di dare rilievo alle piccole cose narrando momenti di vita quotidiana che potrebbero appartenere ad ognuno di noi e che agli occhi di tutti passerebbero inosservati come qualsiasi gesto scontato che si osservi: una corsa al supermercato, stralci di conversazione su un autobus, la mamma che ti chiede cosa hai mangiato.

Il libro è molto discreto, ci sono finali aperti e dialoghi ridotti ai minimi termini. Le descrizioni scarne e la scelta di non usare nomi propri permettono inoltre di focalizzarsi meglio sulle domande implicite che, grazie a questi spazi vuoti, rimbombano come un eco nella testa del lettore.
Clinamen pone domande sulla natura della vita, sui legami familiari e quelli amorosi, sulla perdita ed il dolore. C’è però una frase che ritorna spesso, come un ritornello alla fine di ogni capitolo: “Cosa farai da grande?”
Quante volte abbiamo sorriso, esitato e avuto timore di rispondere a questo semplice interrogativo? Quante volte ci siamo trovati a decidere tra un dubbio che ci fa battere il cuore e una certezza che ci spegne? E quante volte abbiamo scelto la seconda?
Allora mi chiedo: ne vale davvero la pena? È giusto rinunciare a ciò che ci rende felici? E per cosa poi?

La lettura di questo libro porta a galla innumerevoli riflessioni sulle quali l’autrice decide di non esprimersi, espropriando ogni pagina del suo personale giudizio a favore di un’imparzialità quasi eccessiva. Tutte le vicende vengono riportate con un certo distacco emotivo, i toni sono freddi e quasi sempre estromettenti. Eppure c’è tanta umanità in questo libro: il dolore per la perdita del padre, la preoccupazione per le bollette, la spesa, il senso di colpa per la mamma lontana, la paura di amare. Anche questa diffidenza, la scelta di non voler mostrare i propri sentimenti, riflette con disarmante chiarezza la precarietà dei legami di oggi, il timore di essere rifiutati o peggio, quello di diventare, con il tempo, l’abitudine di qualcuno a cui teniamo. Dalle storie che racconta si percepisce un leggero cinismo, come se la protagonista faticasse a condividere con noi le sue emozioni per il timore di non essere compresa fino in fondo. Il dolore, la mancanza, la nascita di un sentimento importante sono tutti elementi che troviamo nel romanzo ma che, in un certo senso, rimangono estranei al lettore, incapace di lasciarsi coinvolgere dalla freddezza degli eventi.

“Penso che è solo un essere umano come tanti. Penso a quanta importanza ho iniziato a dargli.”

Non c’è romanticismo nelle parole della Gavioli, la storia d’amore che nasce fra la protagonista e “il ragazzo che cena da lei” rimane quasi sempre privata. Lui è l’unico che sembra capirla davvero, tra di loro c’è complicità e, sebbene non sia un amore travolgente e passionale, ciò che traspare è un legame sincero e profondo.
L’impressione comunque rimane quella di una persona che non vuole rivelare troppo di sé e della sua vita. Il trasferimento della protagonista nei luoghi menzionati, la ricerca di un lavoro, la passione per la scrittura e il suo ingresso nel mondo dell’editoria sono indizi che lasciano pensare a questo romanzo come ad una sorta di diario privato che la scrittrice ha ricostruito in capitoli e da cui sono state volutamente rimosse date e nomi, in favore forse di una maggiore tutela personale. Lei però ci tiene a specificare che, anche se il libro può sembrare un’autobiografia, in realtà non è così, o almeno non del tutto.

“Sospesa tra il passato, distante ma ancora significativo, e il futuro che sembra non decidersi ad arrivare, osserva quella città piena di occasioni, così diversa dalla Sicilia che continua a richiamarla indietro.”

Senza dubbio sono queste le parole che mi hanno spinto a conoscere la storia di Sara, a sfogliare le pagine del suo libro; parole in cui mi sono rivista come in uno specchio e che io stessa avrei potuto scrivere in riferimento alla mia esperienza. Da siciliana in trasferta so benissimo cosa significhi sentirsi divisi a metà tra il desiderio di indipendenza e la voglia di tornare a casa, sotto il sole cocente delle spiagge siciliane e la bellezza eterea del mare che colora le sue coste. L’unica cosa che un po’ mi ha rattristato di questa lettura è non aver trovato nella protagonista la stessa nostalgia che mi lega alla mia terra. Infatti, a parte le origini, io e Sara non potremmo essere più diverse. Eppure la sua storia mi è piaciuta. Sono sicura che tanti saranno in grado di rispecchiarsi nella definizione della scrittrice e nelle esperienze che accumunano la maggior parte dei giovani del sud Italia.

Un romanzo introspettivo, reale e malinconico che io ho apprezzato molto. Sarò onesta però nel dirvi che non lo consiglio a tutti, soprattutto a chi cerca una storia leggera dai toni caldi e coinvolgenti. La lettura di Clinamen risulta facile ed immediata ma i temi sono un po’ tristi e ogni tanto sembra che alla narrazione manchi qualcosa. Il linguaggio è semplice ed essenziale, le descrizioni sono quasi inesistenti e i capitoli non occupano più di tre pagine. Nel compresso un libro molto particolare.

lettereecolori

Voto:

Classificazione: 3 su 5.

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