50# La vostra voce – Ali ai piedi – Veronica C. Aguilar

Buongiorno cari lettori, oggi inauguriamo una nuova rubrica, “La vostra voce”, un’idea nata in collaborazione con il blog Tra due mondi, per dare voce e spazio ai vostri scritti. Appuntamento fisso ogni martedì e giovedì.

Scheda Tecnica

Trama

Sara è una ragazza piena di sogni, ma la sua famiglia li ostacola spesso. Una disgrazia sul finire dell’adolescenza le cambia radicalmente la vita. Il suono di un clacson, l’odore delle gomme bruciate sull’asfalto e il dolore, le fanno desiderare di chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. Le persone che la circondano fingono sorrisi, le raccontano bugie e la compatiscono. Un viaggio all’estero la costringerà ad affrontare situazioni peggiori della sua che la porteranno a guardare gli ostacoli da un’altra prospettiva. La condurranno dall’artefice che le ha rovinato la vita e con la quale crede di non voler avere più niente a che fare: la musica. Una scommessa fatta e persa la costringerà a restare in una scuola d’arte, dove sia studenti che insegnanti nascondono un passato difficile che continuano ancora ad affrontare. Una storia difficile, a tratti meschina, ricca di ostacoli e paure. Una storia di riscatto, di rivincita e di rinascita, in cui l’invalidità può trasformarsi in una bellissima occasione per cominciare a vivere come desideriamo veramente.

5 Buoni motivi per leggere il libro?

  • Luisa mi ha detto che grazie a questo romanzo si è sentita meno sola e che dopo averlo letto ha ripreso in mano la sua vita, nonostante la sua malattia invalidante.
  • Tratto da una storia vera, per questo ci ho messo il cuore.
  • Parla di coraggio, di forza e di diversità.
  • C’è un figo da paura… Almeno è così nella mia testa! Heheheee… e le cose a volte vanno molto meglio di quello che pensiamo
  • Ha fatto tanto bene anche a me… scriverlo.

Estratti

“La nostra vita è come una grande stanza: scegli quella che più ti piace e cominci ad arredarla. L’inizio è promettente, ci metti tutto quello che ti appassiona e ti fa stare bene. Musica, film, libri, ricordi, foto e quaderni con appunti. Con tutti i tuoi sogni. Poi accade qualcosa e ci infili anche cose che vedi nelle vite altrui e che per qualche inspiegabile motivo vuoi pure tu, anche se non sai cosa fartene. Oppure arriva qualcuno e comincia a riempirla, insieme a te. Solo che… non sempre sono cose piacevoli. E, così, introducono, introduci… fin quando non entra più nulla. E non c’è spazio. Nemmeno un minuscolo vuoto per poter respirare e, nel caos, non trovi più quello che per te era essenziale chiedendoti dove sia sepolto. Dopo questa domanda, ti fermi e, per quanto sia faticoso e stancante, decidi di fare ordine e pulizia. Ecco, la vita è questa, una grande stanza dove noi mettiamo ogni cosa che incontriamo durante il cammino, ma poi lo spazio termina, il disordine domina e se non si fa qualcosa si finisce per essere sepolti insieme al resto, precludendosi la possibilità di fare spazio a cose nuove e meravigliose.”


“Quando vedi un disabile, pensi in automatico che la sua vita sia complicata, più difficile e che debba necessariamente rinunciare ai suoi sogni, alla sua vita e alla sua felicità. Si, perché davanti ai tuoi occhi hai una persona che non è più come prima. Ma ci sono cose che non si vedono e che, se non si scava in profondità, non si riescono a scorgere. Quando sei un invalido, le cose di cui parlo sopra le pensi anche tu. In veste di menomato. Ma solo all’inizio. Perché poi è tutto diverso. Perché tu resti lo stesso, dentro. Trovi solo un altro modo di camminare e vivere la vita. Gli altri vedono l’abito che vogliono farti indossare, ma tu sei sempre lì. Tu e semplicemente tu.”


«Ciao, posso?»
Ancora prima di chiedermelo, Antoine si era già seduto al mio fianco.
«Grazie, ma non dovevi.» Mi afferrò la mano stringendola forte.
“Il fatto che tu sia gay non significa che ti debba trattare in quel modo” scrissi.
«Lo hai capito. Sei una buona amica, Sara.» Afferrò il menù.
“Anche tu. Ma devi svegliarti, sei troppo buono.” Feci scivolare il foglio sul suo lato.
«Sei stata fantastica. Nessuno aveva mai tenuto testa a Carl, fino a ora. Almeno è quello che la gente mormora nei corridoi.» Lyan prese posto davanti a noi.
«Tutta la scuola parla di te, cazzo. Fosse mai che quel prepotente la faccia finita.» Nathan avvicinò la sedia a rotelle alla mia sinistra.
«Sara, ti presento Micaela, la mia ragazza.» Indicò una ragazza riccia e bionda. «Ah, ho invitato Josh a farci visita, ci siamo scambiati i numeri» aggiunse afferrando il telefono.
«Chi è Josh?» indagò Antoine.
«È bellissimo, magari te lo possiamo presentare» scherzò Nathan.
«Falla finita, idiota.» Micaela afferrò il menù e glielo diede in testa. «Mi ha detto Nath che hai ballato e che sei molto brava.» Mi afferrò la mano.
«Dio, ragazzi, fatela respirare.» Altri due si avvicinarono e presero posto accanto a noi.
«Lui è Simon e lei è Agnese, la sua ragazza» li presentò Antoine.
Quando ero entrata in quella scuola, ero a pezzi e credevo di non farcela a ricominciare. Mi sentivo una nullità, tremendamente sola e credevo che vivere in quello stato fosse peggio della morte che avevo desiderato per molto tempo, senza mai avere, però, il coraggio di farla finita.
Adesso ero seduta al tavolo, sorridevo, parlavo di progetti, parlavo di sogni, avevo degli amici e stavo bene. Mi sentivo viva.


“Tutti lo sottovalutano fin quando non lo vivono. Non ho mai creduto in questa frase. Perché? Ci sono persone talmente sensibili che anche se non vivono il dolore in prima persona riescono a sentirlo comunque. Una cosa poco comune, ma accade. Io sono una di queste persone. E, quando succede, quando vivi o senti il dolore, ti sembra di impazzire. Fa male alla testa, fa male alle ossa e fa terribilmente male al cuore. Ti manca il respiro, non sai da dove ripartire, ti senti perso, ti viene il vomito. Non ti va di alzarti dal letto, vivi costantemente in uno stato di profonda tristezza e malinconia e se a soffrire è una persona che ami, ti senti inutile. In questi momenti, ho sempre trovato lei, la musica. È in credibile quanto questa possa essere d’aiuto ad affrontare le cose della vita. C’è sempre una canzone giusta, per ogni momento. Anche in quelli più sbagliati. Lei c’è e sembra quasi alleggerire le tue sofferenze.
Nacqui con la musica nel cuore, morii con lei e la odiai per mesi, fin quando non mi rimise in piedi. E fu la mia salvezza, come ogni volta.”

Parole. Le diciamo, le scriviamo. Se si limitano a essere solo questo, a volte perdono di significato. La cosa che dovrebbe essere naturale fare, sarebbe non dargli importanza. Ma chi sa perché, per uno strano meccanismo della nostra testa, gliela diamo eccome. Ci feriscono, feriamo. Esprimiamo amore, esprimiamo odio. La maggior parte delle volte, però, le interpretiamo. A modo nostro. Gli diamo una chiave di lettura tutta nostra, a seconda delle esperienze che abbiamo vissuto in passato. Una persona a cui voglio bene, mi insegna che dovremmo imparare a dar loro il significato letterale. E se abbiamo qualche dubbio, invece di giudicare, dovremmo chiedere. Del parlare, purtroppo, facciamo un cattivo uso. Spesso anche dello scrivere. Fiumi di parole che feriscono e che poi restano semplicemente quello che sono: parole, sulle quali noi costruiamo il NOSTRO significato. E così finiscono i rapporti. Non si parla, si vomitano parole e basta. Non si chiede, si interpreta, si giudica. Le parole di Stefano mi avevano ferito. E nella mia testa c’era tutto un film. Una mia interpretazione delle cose. Ma la realtà era un’altra.”

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