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Estratti – Così è…se ti piace – Luigi Pisti e Giuseppe La Greca

Cover Reveal – Così è…se ti piace – Luigi Pisti e Giuseppe La Greca

1° ESTRATTO

Quando arrivai per la prima volta al giornale per conoscere il direttore, il dottor Bellicapelli e accordarmi per la collaborazione, mi sembrava di aver toccato il cielo con un dito. Il direttore, un uomo sulla cinquantina con un fisico asciutto e la testa assolutamente sgombra di chioma, mi accolse con la sua sigaretta in bocca e con voce roca mi invitò a sedermi sulla sedia di fronte alla sua scrivania. Lui, pragmatico come deve essere un capo che si rivolge ad un suo dipendente, mi raccomandò quei consigli pratici che servono come buon auspicio ad un giovane alla sua prima occupazione importante. Si alzò velocemente dalla sua poltrona e mi indicò, guardando dall’altra parte della vetrata, la mia postazione di lavoro, una scrivania accanto alla finestra nello stanzone della redazione. Mi accompagnò lui stesso per presentarmi i colleghi, prima di salutarmi con la classica espressione di augurio, «In bocca al lupo, caro Strambozzi». Avevo appena compiuto venticinque anni.
Mi intrattenni qualche minuto per scambiare due parole con i nuovi compagni di lavoro e uno degli “anziani” dell’ufficio mi riferì di primo acchitto che la mia nuova enorme scrivania era appartenuta a un tal Filippetti Filippo, che tutti ricordavano come un tipo spiritoso e sempre in vena di fare scherzi, a volte al limite dell’assurdo. Avevano tenuto tutto intatto dopo la sua dipartita, mi raccontava il collega, per rispetto e soprattutto perché ogni volta che qualcuno provava a sistemare gli oggetti lasciati dal Filippetti o ad aprire i suoi cassetti, inspiegabilmente la sventura si abbatteva sul malcapitato, impedendo di fatto qualsiasi modifica alla disposizione delle cose.

2° ESTRATTO

«Er virus, er bastardo, quando s’è affacciato pe capì se poteva entrà, nun s’è fatto scrupoli è imboccato dentro e s’è mischiato coll’anticorpi mia. Li sordati nun l’hanno riconosciuto subito perché er nemico, quello, s’era trasformato così bene che ha ingannato quei coglioni che me dovevano difenne. Quando sé fatto riconosce che era er virus, er capo dell’anticorpi m’ha subito avvertito der pericolo
«Che hai detto?» So saltato sulla sedia «Ma che avete fatto! Nun avete riconosciuto er bastardo? Adesso sono cavoli mia, ma pure li vostri brutti incapaci. E adesso chi ce salva dà sta carogna?»
«Allora er virus, che s’era già preso mezzo teritorio mio, s’è fatto avanti e m’ha parlato».
«Senti un po’, coso, che sò sti tentativi de capì che sta succede? De che te lamenti, te la prendi co quei poveracci de le guardie tue, ma pensa piuttosto che ci hai er cervello che nun te funziona bene. Quello nun sa distingue er bene dar male, per cui io l’inganno sempre e lui abbocca come ‘n salame. Adesso nun ci ho tempo da perde, me devo sbrigà a finitte.»
«Aho, aspetta un po’, n’do vai? Che finisci! Ce sarà un modo de famme uscì da sta vijaccata, trattamo! Ho capito, sei forte, ma trovamo ‘n accordo! Dimme, che posso fà, che te serve?» Provai disperatamente a convincerlo.
«Guarda, bada bene che io nun scherzo, commè nun c’è trattativa: o stai a quello che te dico o sei finito. Quelli che nun hanno accettato, e sono già parecchi, se lé venuti a prende l’amico tuo, quer Signore che se crede er padrone der monno. Poveraccio, ahahah ogni vorta che se presentava piagneva e se li portava via.
Ancora nun l’ha capito che so’ Io er padrone de tutto!?
Beh, allora hai inteso bene? Er patto dice che se vieni dalla parte mia sei salvo, altrimenti fai la fine de quei credenti».
«Ma sei proprio un bastardo!» Risposi incredulo, quasi senza speranza. «Come fai a volè male a noi poveri cristi. Ah ecco, ho capito, te voi arraffà tutto… Adesso te do ‘na bella notizia. Quest’ultima mezzora che me rimane, visto che te sei portato avanti col lavoro, vojo sentì ‘n amico mio, un luminare della scienza, uno che sta a stretto contatto cor nemico tuo; che ne sai, tante vorte j’avesse detto come se fa a distruggete. Pronto Mario, sò Pietro, te volevo dì che quì c’è uno che dice de chiamasse Rampino e me sta a coce come du ova ar tegamino, che per caso t’è arrivato un segno dar Signore Nostro?»
«Viè subito da me all’ospedale, sbrigate!» Implorò il dottore.
«Quando sò arivato stavo co un lumicino de respiro. M’hanno messo a letto in terapia intensiva, poi è venuto Mario e m’ha fatto ‘na puntura sur braccio. Era er vaccino, l’antidoto. Il liquido che m’ha iniettato l’aveva preparato l’amico mio. Effettivamente m’ha guarito».
«Quando l’hanno chiamato alla presenza dei grandi de la Terra j’hanno chiesto» «Che mai c’hai messo dentro a quell’intruglio?»
E lui ha risposto: «C’è quello che serve all’omo, pe faje capì ‘na vorta pe tutte la strada giusta pe salvasse.
La sapienza. La temperanza. La fratellanza. L’altruismo. L’umiltà. Il perdono. L’amore …e altre cosucce spicce.»

3° ESTRATTO

Qualcosa però stava succedendo; più Romoletto pensava, più si allontanavano dalla sua testa tutte quelle stupidaggini e lo avvicinava verso la soluzione con un approccio più serioso.
Sapeva di non poteva sbagliare e doveva assolutamente capire cosa correggere in quella frase.
Mentre rifletteva sul da farsi percorse un centinaio di metri ritrovandosi all’ingresso di un lunghissimo mercato affollato da una moltitudine di persone, per lo più ragazzini intenti a cercare incessantemente qualcosa qua e là. Un mercato del tutto simile a quello che vediamo nelle città che Romoletto già conosceva fin da quella volta che scese a Roma per accompagnare i suoi genitori.
Aveva la classica disposizione con i banchi disposti ai lati ma non era fornito della solita mercanzia fatta di cianfrusaglie, di frutta e verdura, pesci o animali ma dentro le cassette di legno e nelle ceste di vimini allineate vi erano una sterminata quantità di verbi rigorosamente suddivisi nei diversi modi e tempi: infinito, congiuntivo, participio, condizionale, gerundio, imperativo indicativo, presente, passato prossimo, futuro, imperfetto, trapassato prossimo, passato remoto, trapassato remoto e così via.
«Ma certo!» Esclamò fra se Romoletto. «È ovvio! Se la soluzione è tra questi banchi vuol dire che la frase ha un difetto nel verbo. Ora devo capire quale cercare e soprattutto dove».
La folla era così numerosa che si accalcava davanti ai banchi e si spintonava per riuscire a passare o per riuscire a prendere gli ultimi verbi rimasti.
Nella ressa anche la rapidità aveva un senso.
Chi velocemente sarebbe riuscito ad intuire la soluzione della propria prova, certamente avrebbe evitato il rischio di trovare esaurito il verbo necessario.
Le voci della folla e quelle dei banchisti si intrecciavano in un assordante fragore di suoni disordinati.
Suggerimenti volontariamente fuorvianti giungevano da ogni parte e per alcuni istanti Romoletto fu distratto da quella confusione perdendo nuovamente di vista il suo obiettivo, non di certo la sua spiritosaggine.
«Le posso dare un imperfetto?» Si udì la voce di un venditore che invitava i passanti.
Romoletto avvicinandosi al banco non perse l’occasione di esternare le sue proverbiali battute.
«Embè, se nun è perfetto lo vuoi ammollà proprio a me? Che ci ho scritto giocondo in fronte?»
«Un gerundio? Ne abbiamo di freschi!» Insisteva l’imbonitore.
«Solo se ce posso fa er tassello ar cocomero!» Lo provocò con l’assurdo pretesto.
«No, purtroppo non è possibile! Ecco… magari un passato prossimo?»
«A fratè tu nun stai bene, decidete! Se è passato nun pò esse prossimo!»
«Ti offro un bel passato remoto, lo vuoi?»
«Quel che è passato è passato e poi se è passato vuol dire che nun è bono e o da buttà, chiaro?»
«Evidentemente ragazzino non conosci i passati! Il trapassato remoto sai cos’è?»
«Certo, mi nonno Filippo! È trapassato tanti anni fa, ma poi a te che te frega! Siete tutti strani e impiccioni qua dentro, eh!»
Dalla parte opposta una donna gli urlava: «Ehi tu, ragazzino dai capelli fuoco, conoscerai almeno il futuro no?»
«Eccone n’antra!» Sbuffò spazientito «Che ne posso sapè io, mica ci ho la palla de vetro! A regà, sapete che ve dico, fateve visità tutti dar dottore, ma da uno bravo però! Magari… se ci avete un passato de verdure lo accetto volentieri. Co tutto sto casino me venuta ‘na fame!»

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