Recensione – Melancolia – Danilo Luigi Fusco

Benvenuti fanciulli in questa recensione dedicata alla raccolta di poesie dell’autore Danilo Luigi Fusco che ringrazio per la copia omaggiata e per il viaggio introspettivo ricevuto.

Scheda Tecnica

Trama

“Melancolia” ospita un canzoniere nato come tentativo di cura mitopoietica contro l’incurante uso sociale delle parole: le poesie della silloge restaurano sprecati discorsi sul Bene, ridanno voce a tradizioni e mitologie lontane, si schierano a tradurre i dialoghi eloquenti di querce e cani, trascrivono profezie erotiche durate un lustro.

Danilo Luigi Fusco (Caserta, 1994). Melancolia è la sua raccolta poetica di esordio.

Recensione

Ci tengo a precisare che la vostra CAPPELLAIA MATTA ha un grande predisposizione per la complessa arte delle poesie e la vena specifica intrapresa dall’autore, ha rivelato un mondo complesso e articolato. È la primissima esperienza visionata tra poesie e ideologia mitologica, amplificando la mia conoscenza e riflessione in merito.

VII

Lettore e Lettrice, insieme.
Sprecate occhi sulle righe.
Nulla è più presente di una vita qualsiasi vita,
scelta possessiva irrilevante.
Voglio vedere nuovamente voi nascere.
Un genetliaco è la nuova funzione
di scuola senza crocifissi
di preghiere e voti.
Perché non mi uccidere?
Non so uccidere le mie stesse mani.
Non so da quale parte
si tiri la corda.
Un cappio. I miei pensieri
sono in un cappio di eterna asfissia.
Odio la natura pensante.
Nulla è meno umano di pensiero
che più somiglia al dio invitto in morte.
Pensare eterno – non è nato
non adatto a morire.
Ho in testa un cimitero di tombe vuote.
Resuscita.
Sulle tempio possiedo interno frontone
di metope battute.
Resuscita.
Stessa identica frase scolpita in formule
contro l’apotropaica
incapacità di dare a dirmi vivo.

Studiando il titolo dell’opera, capiamo la chiave di lettura che unisce ogni singolo componente. Melancolia (come conferma il caro Treccani) simboleggia un velo di negatività estrema che non muta nel tempo anche in caso di situazioni propositive.
Rappresentare le parole con un tono chiuso e deciso, riflette stereotipi distrutti dalla consapevolezza ardua della realtà. L’ideologia della figura “eroica” viene viscerato al punto da “studiarlo” e comprenderlo nel suo complesso.

XII

Ho ucciso il tempo – Quale Tempo?
Era la meraviglia del mio dormire.
Quando vivo la sua assenza
vado in cerca di ombre.
Passeggio piano. Passi stanchi
per voluta stanchezza.
Spinta dal soffio dei parlanti
la schiena accetta una caduta su nuca.
Rallento per sentire prossime le ombre
di passanti mordere le caviglie lente.
Per ogni ombra il petto scrittura infarti.
Benedico l’asciutto calore del sole –
raggi indecenti per forma
ritraggono sagome e limiti certi
dai contorni assenti.
Non riconosco lo straniero milite
che mi marcia sulle scapole.
Allora e allora la tempia
accetta l’armistizio amico:
battezzo l’ombra col nome a me più caro.
Fingo fermate di necessaria fatica.
L’ombra avanza e si attesta
la matrice carnale della buia presenza.
Il volto nuovo ammazza la speranza prisca.
Nessuna corrispondenza
d’icastico battesimo –
proseguo cercandoti
nella prossima ombra.
Anche la schiena prosegue.
Mi sopravvivi nel midollo
come latitante cieca.
Hai tana dentro vertebre
dighe a sostegno
d’anatomia in spettro di ricordo.
Da latteo parassita hai inaugurato
queste miniere abbandonate.
Vertebre vuote alle mie spalle
davanti somiglio a un verme teso.

Notate, attraverso il linguaggio ricercato e studiato, un messaggio velato unendo passato e presente. Il tutto, visto dagli occhi giovani di Dario, amplifica la ricerca costante delle orme vissute perennemente nella consapevolezza dell’ignoranza.

Un canzoniere composto da poesie e 5 stanze, è la chiara rappresentazione dell’amore lontano dagli stereotipi, profondo scontro con la propria natura e la diversità umana.

XXIX

L’esistenza dona agli uomini
salvezza nella sintesi.
– prologo –
È festa la medievale era
quando nascesti da un grimorio,
ingrediente la concezione
che vuole le stelle essere foco.
Non cadesti dalla celeste soglia
né distacco né dolore
colmarono la distanza
tra volta e terra
nubi iridescenti per te placenta
(ora sai perché la pelle sa di madreperla)
– gattonasti dentro camini ardenti
donando al primitivo omo
una carezza di contro l’ombrata guancia
con le tue dita di focaia pietra.
Nessuna ustione.
Così a lei si affidò e chiese
«So che sei di fuoco come le stelle.
Insegna a me, ora prego,
il canto dell’ustionato uomo.»
– esodo –
Allievo modello.
Combustione.
Briciole di me.
E non risorgo
ma soffoco sotto
la cenere del falò
dell’araba fenice.

Avrete modo di studiare una lettura diversa, ponderata e maturata. Sono affascinata dalla delicatezza affilata di un autore così giovane e cosciente delle sue doti. Consigliato alle persone che amano sperimentare nuovi stili e, soprattutto, pronti ad aprire la mente alla riflessione.

Alla prossima dalla vostra CAPPELLAIA MATTA.

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