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Recensione – Il Bardo e la Regina – Paola Zannoner

Scheda Tecnica

  • Titolo: Il Bardo e la Regina
  • Autore: Paola Zannoner
  • Copertina rigida : 425 pagine
  • Editore : DeA Planeta Libri
  • Data pubblicazione: 15 ottobre 2019
  • Genere: Thriller storici
  • Cartaceo: 16,15 euro
  • Ebook: 8,99 euro

Trama

Stratford-upon-Avon, 1585. È una notte scura, carica di nuvole, quella in cui un giovane attore scompare nel nulla alla fine di uno spettacolo. Si sentono ancora gli applausi e le urla del pubblico, quando il ragazzo viene incappucciato e trascinato via da un manipolo di uomini neri come corvi. Si tratta di William Shakespeare. La testa piena di sogni, il cuore pieno di passione, Will ha poco più di vent’anni quando guadagna una notevole fama con le sue commedie, attirando su di sé le attenzioni sbagliate. Quelle di Lord Walsingham, capo delle spie di Sua Maestà Elisabetta I. È proprio Lord Walsingham, con l’aiuto dell’affascinante e misteriosa Lady Anne, ad assoldare Will tra gli informatori della Regina. Will si trova così catapultato nella grande, caotica, multiforme Londra e impiegato nella compagnia teatrale di James Burbage. La sua vera missione, però, non è sul palco: è tra i vicoli bui, nelle taverne affollate. Sarà gli occhi e le orecchie di Elisabetta, un uomo al servizio del regno. Quello che Will ancora non sa è che, da quel momento in poi, il suo destino sarà legato a doppio filo a quello della Regina. Per sempre.

Recensione

Hello drunk… recensire questo libro non è cosa facile, non lo è per niente perchè, quasi quasi, dovrei scrivere due recensioni diverse, una per l’inizio e la fine e una per quello che c’è nel mezzo, siccome non è possibile, procediamo per ordine. Avete letto la trama? Cosa ne pensate? Vi dirò cosa ho pensato io e a cosa, effettivamente, la quarta di copertina fa pensare: intrighi, azione, ritmo… tutte cose completamente assenti all’interno del volume. Il perno principale è, ovviamente, William Shakespeare, nei primi capitoli la mancanza quasi totale di dialoghi potrebbe essere giustificata dal desiderio dell’autrice di raccontarci il protagonista, le sue motivazioni, le sue scelte, i suoi desideri, uniti al quadro storico e familiare. In questo contesto troviamo anche descrizioni molto evocative:

“Londra! Non avrebbe mai immaginato di arrivare fino alla grande capitale, nel ruolo di attore, poi. La città reale decantata dalle poesie, le cui cupole aveva intravisto svettare oltre le mura, e abbagliata da un sole inaspettato in quel dicembre 1585, lo avvolse in un terribile, impensabile fetore”.

 Sì, tutto molto bello, poetico, a tratti ironico … per le prime 50 pagine ma poi inizia ad annoiare terribilmente! Questo libro è un ibrido, ha la lunghezza di in romanzo ma la costruzione di un racconto, l’azione non la viviamo MAI, quel poco che accade (un niente rispetto alle promesse scritte nella sinossi) ci viene decantato dopo e non durante, quasi fosse un diario che William ha scritto in terza persona. Ho passato tutto il tempo ad aspettare dialoghi, quelli nei quali il Bardo fu maestro, che non sono mai arrivati, questo libro parla di Shakespeare in maniera anti shakespeariana! È un paradosso! Certo, la scrittura è priva di qualsivoglia errore o sbavatura anche se, a dirla tutta, la punteggiatura è spesso imprecisa, offre comunque uno spaccato vivido della Londra elisabettiana ma… non prende, non emoziona e questo mi ha delusa tantissimo, visto il mio amore sconfinato per il teatro e per il bardo. Non riesce a catturare, non ci tiene incollati alle pagine come invece dovrebbe, come mi è capitato, ad esempio, leggendo “Delirio di una notte di mezz’estate” sempre incentrato sul drammaturgo. Ho letto questo libro con una lentezza che non è da me, mi sono dovuta obbligare a finirlo imponendomi due capitoli al giorno, come si fa con un medicinale, ma i libri non dovrebbero essere letti con costrizione, almeno quelli che scegliamo liberamente su uno scaffale, ma con gioia, entusiasmo! I personaggi non sono ben caratterizzati, tant’è che ad un certo punto l’ho smessa di cercare volti per ognuno di loro e ho lasciato che si perdessero nel marasma creato dalla scrittrice, per me erano solo nomi e non persone in carne ed ossa, come dovrebbe essere per un buon libro. Il linguaggio è, tutto sommato, semplice ma a volte l’autrice annoda le parole e non si riesce a venirne a capo:

“Posò l’indice della mano sinistra sull’indice e il medio della mano destra. Poi unì le due dita della mano destra, come per rafforzare il concetto”

Eh? Mi sono ritrovata a fare giochi di prestigio per capire quale movimento stesse descrivendo! Usa quasi sempre la forma passiva che, secondo i più grandi scrittori, è, insieme alla presenza di pochi dialoghi, la maschera dietro la quale si nascondono autori alle prime armi eppure noi parliamo di Paola Zannoner, una delle più importanti autrici per ragazzi, vincitrice di diversi premi come “Il Bancarellino”, il premio Cento e il premio Strega Ragazzi e Ragazze…
 Qui qualcosa non torna. La Zannoner stessa, poi, sottolinea l’importanza di avvicinarsi al pubblico e di usare uno stile popolare, parlando dal punto di vista di Shakespeare, ma lei poi non adopera questo consiglio, creando un libro distante dal lettore.

“Gli attori smisero di recitare pomposamente , come erano abituati nei drammi, e cercarono di imitare il modo di parlare delle persone semplici, a scherzare in modo naturale, allegro, dietro incoraggiamento di Will, che prendeva le parti ora di questo ora di quello e cambiava voci e accenti, si dipingeva sul viso espressioni attonite o contrariate, e quando uno dei personaggi voltava le spalle, si metteva a mimarne i gesti e a commentare le sue parole con espressione comica”. 

Come mai, con una base così importante, con personaggi tanto affascinanti tra i quali lo stesso William o Marlowe, l’autrice non riesce a farci entrare nel suo libro? Me lo sono chiesta ad ogni pagina. William è così frizzante, autentico, vicino alla plebe, la Zannoner al contrario mette un muro fra lei e il lettore anzi, pardon, fra William e il lettore, muro che il Bardo avrebbe certamente abbattuto in quanto non favorisce di certo la tanto decantata immedesimazione. Anche le parti teatrali, che dovrebbero essere il caposaldo dell’opera, sono sempre descritte, mai vissute, io sarei stata ben curiosa di potere vedere William all’opera, invece di un semplice resoconto, del resto dramma vuol dire azione, un’ingrediente tanto indispensabile per Will quanto evitabile per la Zannoner, viene da chiedersi se lei ami davvero il teatro e il bardo o se, semplicemente, abbia sfruttato ls sua fama. In quanto poi al suo ruolo di spia, che sembra essere la chiave di volta all’interno della trama, è un ruolo a mala pena accennato, un dettaglio di poco conto. Forse il problema sta nel fatto che la Zannoner è una scrittrice per ragazzi, spesso la letteratura per l’infanzia è caratterizzata da una narrazione più lenta, descrizioni più ampie e meno dialoghi, si tende, infatti, a raccontare per rendere più comprensibile la vicenda ad un pubblico giovane ma questa struttura non vale nel caso di romanzi per adulti, probabilmente ci troviamo di fronte a un errore dettato da una sorta di “deformazione professionale”, peccato. Il risultato è un volume noioso dove perfino i grandi slanci emotivi riescono a stento ad intiepidire il cuore, un vero paradosso se pensiamo alle grandi emozioni che Shakespeare ci ha comunicato con le sue opere. La Zannoner è più brava a raccontarci il quadro storico, dimostrando invece poca dimestichezza con quello sociale:

“Nel testo, a mano a mano che Will leggeva, emergeva una conoscenza della strategia politica, del sistema del potere che gli era completamente sconosciuta. Più che un canovaccio per il teatro sembrava un saggio di politica, con la descrizione degli intrighi di corte e della vita stessa del monarca e dei suoi cortigiani che lo affascinavano e lo spaventavano. Forse alla gente sarebbe piaciuta la rappresentazione di quelle trame, di quei nobili infidi, meschini, traditori, per molti aspetti assai peggiori di loro, perchè privi di qualsiasi morale, di legami e affetti familiari: sui sentimenti dominavano incontrastati l’invidia e l’odio.”

Troviamo anche dei salti temporali destabilizzanti, lunghi periodi di tempo descritti con una frase, insomma il libro si articola lungo dei decenni ma la Zannoner non riesce a farci percepire davvero il tempo che passa e, quando ci rendiamo conto che è trascorso, restiamo basiti, in certi casi sarebbe stato sufficiente un cambio di paragrafo e invece…nulla, la Zannoner trancia il filo narrativo creando una sorta di racconto patchwork. Un aspetto che, invece, mi è piaciuto, è stato l’utilizzo del quadro storico per muovere critica a quella realtà ma anche alla nostra, in pratica l’escamotage utilizzato dallo stesso William nelle sue opere teatrali.

“A lui pareva che la storia fosse soprattutto il disastroso procedere di una specie, quella umana, verso l’estinzione. L’amore per la guerra era più forte della vita in pace: bastava vedere com’era cambiato l’umore collettivo. Che entusiasmo per la corona che finora era motivo di mugugno, di scontento, di rabbia!”

Troviamo anche delle parti riflessive davvero interessanti, come questa:

“In quell’enorme città tutto aveva un prezzo, un rendiconto, un interesse. Rispecchiarlo sulla scena, farne una grande parodia, quello gli sembrava l’attualità, l’arte di raccontare la vita umana”

O ancora…

“Il lapis philosophorum di Will era più a portata di mano degli esperimenti di questi cercatori di elisir di lunga vita. Anche lui si serviva della mistura di tre elementi della natura: i minerale era l’inchiostro fluido nero, l’animale la penna d’oca appuntita, e il vegetale i foglio di carta bianca. L’opera era nero che spiccava su bianco grazie a un quarto, immateriale elemento: l’ingegno umano.”

La Zannoner poi cosa fa, racconta in una riga stringata un determinato avvenimento poi, successivamente, per giustificarne un altro, torna indietro e aggiunge dettagli a qualcosa di cui abbiamo già letto, soluzioni da tema scolastico.
Questo libro è una porta chiusa, mi aspettavo di varcare la copertina come si varca un sipario, mi aspettavo magia da quelle parole e invece…sono solo parole, troppo deboli per farci entrare nel fantastico mondo costruito da William Shakespeare su quattro assi di legno, in grado di tramutarsi in qualsiasi cosa egli volesse farci vedere. Tutto questo mi ha spinta a pormi una domanda: la Zannoner è mai stata a teatro? Si è mai fatta un giro dietro le quinte? Mmm…
Questo libro non è un vero romanzo, al massimo è una sorta di biografia romanzata e, vista così, non era manco male ma la pubblicità, la trama, il prezzo, il prestigio dell’autrice avevano alzato di molto le mie aspettative, rendendo la delusione ancora più cocente.
E poi…e poi arriva il finale (finalmente!)
Il finale… beh il finale è bello…che quasi quasi viene da dirsi…ma che gli è preso? Lo hanno scritto in due sto libro? Se tutto il volume fosse stato scritto come le ultime 70/80 pagine beh, sarebbe stato un capolavoro. Diventa incalzante, prende ritmo e c’è un bellissimo colpo di scena che, vi dico la verità, io lo avevo previsto e me lo aspettavo sin dalla prima metà ma… non è così facile da individuare, anzi… forse alla fine la Zannoner avrà ricevuto un consiglio alla Shakespeare, un consiglio come questo:

“[…] perchè i giovani volevano l’amore per piangerci su, e forse per piangersi addosso, in un mondo fatto non di re nè di eroi, ma tutto d’amore”.

Al prossimo boccale di lettere dalla vostra Arte alla Spina 🍻 cheers! 

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