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Recensione – Il faro che sapeva di mare – Sebastiano Urso

Scheda Tecnica

Sinossi

Un fanciullo sereno descrive luoghi, persone e avvenimenti svoltisi negli anni 60 lungo la costa ionica della Sicilia, tra lo Stretto di Messina e l’sola di Ortigia, centro storico di Siracusa. Racconta le vicissitudini del padre sommergibilista della Regia Marina; indugia all’interno dell’osteria del nonno paterno, fra vecchietti che giocano a tressette e botti di zibibbo. L’umile nonno materno racconterà, incredulo, come si sia salvato dall’ecatombe di Caporetto, combattendo una guerra che non gli apparteneva. Altri personaggi mostrano la loro sicilianità esprimendosi sovente in dialetto. Sono pescatori che cercano sostentamento sul mare, pericoloso e prezioso. Sono mezzadri chini sull’avara terra, nei poderi recintati da interminabili muretti a secco. Questi diseredati li troveremo accalcati sul ponte del bastimento che li porterà a emigrare oltreoceano. Il mare è il coprotagonista presente trasversalmente in tutta la narrazione. Il vecchio guardiano del faro custodisce storie di equipaggi salvati o di rovinosi naufragi contro scogliere assassine. Questo nonno adottivo aiuterà il fanciullo a realizzare il grande sogno di incontrare il Faro di S. Raineri sullo Stretto di Messina.

Recensione

Hello drunk!
Oggi parliamo de “Il faro che sapeva di mare” dell’autore Sebastiano Urso. Sono stata contattata sui social da Sebastiano, scrittore che ci teneva tantissimo a farmi leggere il suo romanzo – che all’epoca non conoscevo – e questa sua decisione mi ha reso molto curiosa! Il faro (che chiamerò così per brevità) si presenta benissimo, nonostante il costo un po’ altro (23 euro per un libro di circa 300 pagine non tutte scritte, di un esordiente, pubblicato con youcanprint): ottima consistenza della carta, un po’ più alto e largo dei soliti volumi, l’idea di mettere in copertina una antica foto dello scrittore mi è piaciuta, per di più, date le difficoltà del caso, l’immagine è nitida, anche il font è originale.

Passiamo al corpo del romanzo: mi è piaciuta moltissimo la presentazione della moglie, sincera e toccante “Perchè è di Sicilia e di siciliani che di parla; di persone che ancora esistono o sono da poco scomparse… di luoghi irrimediabilmente cambiati nel tempo. Per evitare che entrino nell’oblio o per farli rivivere nella memoria di chi ne è stato protagonista, anche solo per poco, è nato questo libro”.

L’autore poi, differenziandosi dagli altri, ha deciso di unire introduzione e ringraziamenti e di metterli all’inizio, usando queste pagine per spiegarci l’opera “Per non annoiare troppo un intrepido lettore ho limitato la narrazione agli eventi della mia fanciullezza, risalenti ai lontani anni sessanta”.

Ogni capitolo inizia con un proverbio, una frase siciliana, l’ho trovata una intuizione interessante anche se… avrei aggiunto la traduzione. Sono campana, ho compreso quasi tutto ma l’autore, al momento, abita a Torino e sono convinta che i lettori del nord potrebbero trovare qualche difficoltà. Si tratta di poche righe ma è comunque un peccato escludere una bella fetta di pubblico. 

Per il resto, il linguaggio utilizzato è limpido, preciso, poetico. “Mi hai atteso, calmo, al limitare del tuo arenile di sabbia dorata. Mi accogli sulla riva con il regolare mormorio delle pigre onde che accarezzano la battigia, spostando frammenti di pietre antiche, di corallo e conchiglie”. Sono pagine intrise di acqua e sale, profumano di salsedine,  mi sarebbe piaciuto leggerle in riva al mare, perdendomi nel blu. Piccola nota: siccome non è detto che il lettore conosca l’autore, per aiutarlo a viaggiare nei meandri della memoria, forse sarebbe servita una data ad inizio capitolo.

Il libro è davvero un faro su una sicilia sconosciuta, ci regala dettagli siculi che, altrimenti, non potremmo conoscere: “L’edificio sul quale ero appena salito si trovava nella Zona Falcata della città si Messina; una snella penisola così chiamata per la sua forma di falce, interposta tra la Sicilia e la Calabria, in mezzo allo stretto”. Le foto accompagnano il libro, sono un valore aggiunto, gli danno prestigio e sono un aiuto fondamentale per il lettore. Le descrizioni sono precise, fantasiose, sognanti “sul lungomare si distinguevano i recenti edifici alti pochissimi piani, ricostruiti volutamente bassi, dopo, che la città era stata completamente distrutta dal terremoto e dal susseguente maremoto il 28 dicembre 1908”, intercalate da vere perle filosofiche “amavo il mare da sempre e l’avrei amato e rispettato per sempre, con tutti i suoi elementi, sapori, colori: sole, vento, onde, barche, schiuma, salsedine, pesci, albe e tramonti”. Il libro è un diario, raccoglie le memorie di Sebastiano, non possiamo considerarlo un romanzo… forse più una sorta di saggio.

È diviso in episodi che si snodano in ordine cronologico, raccontati in maniera impeccabile, precisa, senza sbavature, senza errori di nessun tipo, forse solo un po’ la punteggiatura, lo stile è fluido ma… ma tutto questo non basta. La sua natura enciclopedica rischia di annoiare, nonostante molti passi incantevoli. “La vaporiera era un enorme mostro di acciaio nero, odorante di carbone bruciato, che sbuffava un denso vapore bianco da tutti i tubi che circondavano la cisterna. La sormontava un fumaiolo pronto a sputare fumo grigio verso il cielo. Supina sulle enormi ruote bordate di rosso, ci osservava con i suoi fari accesi, come fossero due occhi luciferini che cercavano di capire le nostre intenzioni”.

È ricco di riferimenti storici, uniti magistralmente agli aneddoti personali, gioca benissimo le sue carte con le figure retoriche. “Le corde profumavano ancora di mare e di salsedine. Erano state robuste gomene che avevano affrontato intemperie ben più pericolose del placido oscillare di un’altalena, cui erano costrette nella loro vecchiaia”, il libro è un flashback continuo, all’inizio il protagonista è un ragazzino – si suppone, siccome l’età non è specificata – che si arrampica su un tetto per godere del paesaggio, poi inizia a raccontare, narra ricordi legati ai vari elementi che il suo sguardo incontra ma che, per il bambino protagonista, ancora non sono avvenuti…e dunque, chi narra? Sebastiano adulto? Ma poi si ritorna sul tetto…e allora chi narra? Sebastiano bambino?

Il racconto è articolato, ricco di passaggi, descrizioni, nulla è lasciato al caso ma, proprio per questo, quando ritorniamo sul famoso tetto, ne abbiamo lette così tante da aver perso il filo. Questo stratagemma crea confusione, soprattutto all’inizio, quando lo stile di un nuovo autore ci risulta sempre un po’ alieno. “Oltre il cancello arrugginito c’era il mio mare, che sonnolento lambiva le barche tirate in secco lungo la sottile striscia di terra delimitata dallo stradone polveroso. Le loro sagome panciute, di vecchio legno verniciato con colori sgargianti, mi erano del tutto familiari”.

Il volume è un abito, un abito cucito con le migliori stoffe, merletti di qualità, bottoni d’oro e d’argento ma… non è il tessuto a fare il vestito o, almeno, non solo quello. Sebastiano è bravo e quindi spero di leggere presto altri suoi lavori, per quanto riguarda Il Faro che sapeva di mare lo considero un buon trampolino di lancio, emerge la sua scrittura personale, dai frammenti riportati si nota la poesia della sua penna ma… trovo che il prezzo sia decisamente alto (se contiamo che, ad esempio, il sesto volume della famosissima saga de “Le Sette Sorelle” di Lucinda Riley, autrice celebre in tutto il mondo, edito da Giunti, che supera le 900 pagine, non arriva a 20€) e il libro, a conti fatti una biografia, risulta nell’insieme pedante, non prende il lettore e diventa difficile terminarlo.

N.B. voglio precisare che, secondo notizie recenti, l’autore è in trattative con youcanprint per modificare il prezzo di copertina del libro, abbassandolo a €15 per il cartaceo e € 1.99 per la versione digitale, attualmente però lo trovate in vendita al costo di €23, come ho riportato nella recensione. Per quanto riguarda l’assenza di traduzione dei proverbi, mi riferivo alla traduzione a fronte. I proverbi sono stati tradotti dall’autore nell’appendice ma, siccome non viene accennato all’inizio del libro nè è presente una postilla o asterisco, il lettore se ne accorge solo a lettura ultimata, soluzione che ho trovato poco pratica.

Lo consiglio? A chi ha voglia di conoscere questo spaccato siciliano degli anni ’60, a chi conosce personalmente Sebastiano e vuole saperne di più sulla sua vita, si. Trovo che “Il Faro che sapeva di mare” sia una testimonianza, uno scritto da tramandare ai posteri… chissà, forse per questo è stato creato… 
Al prossimo boccale di lettere!
La vostra Arte_alla_spina
Cheers 🥂

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