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Intervista – Claudio Loreto

CLAUDIO LORETO
ROMANZO “LIQUIRIZIA”
INTERVISTA

Recensione – Liquirizia – Claudio Loreto

Che cosa vuoi dirci di te come persona, oltre che come autore?

Sono originario della Sardegna (con ascendenze friulane) ma ho trascorso la mia adolescenza in Sicilia, per trasferirmi infine a Genova dove tuttora vivo e lavoro accudito da una meravigliosa famiglia.
Al liceo sognavo di diventare un giornalista professionista, nientemeno che di guerra, tanto da iscrivermi poi alla Facoltà di Scienze Politiche, indirizzo (per l’appunto) storico-giornalistico.
Ho finito con il ritrovarmi invece seduto dietro una scrivania di banca. Non ho tuttavia perso il desiderio di scrivere: dopo avere ad ogni modo collaborato a lungo, da “esterno”, con quotidiani e riviste, scrivendo in particolare di Storia e di politica estera, in anni recenti mi sono avventurato nella narrativa con una raccolta di racconti (Gli occhi sulla scia) e tre romanzi (L’ultima croda, I segreti di Sharin Kot e, da ultimo, Liquirizia).

Che cosa ti ha spinto a scrivere questa storia?

Il “sogno” della fratellanza e della libertà universali. Il volere credere nella possibilità dello sbocciare dell’amore più profondo e vero anche tra nemici. Con “Liquirizia” ho provato ad immaginare una situazione in cui ciò potrebbe realmente accadere e vi ho calato dentro due ragazzi: Giuliano (sottotenente della VIII Armata Italiana in Russia) e Tanja (tiratrice scelta sovietica).

Qual è il messaggio del tuo libro?

Risponderò con una frase di Renato Casarotto, un grande alpinista purtroppo scomparso sul K2 (per inciso, oltreché canottiere di lungo corso, sono anche un po’ rocciatore): “Un’esperienza lunga e sofferta […] mi ha permesso di capire una verità fondamentale: alla base di tutto, di ogni azione che l’uomo compie, deve esserci sempre l’Amore”.

Che cosa vorresti trasmettere al lettore?

Nel romanzo “L’ultima croda” il protagonista fa la seguente considerazione: “Cos’è la vita senza intense passioni, senza un pizzico di follia? Nulla, niente… un intermezzo totalmente inutile!”.
Forti emozioni, quindi. Sono esse che “Liquirizia” spera di suscitare nel suo paziente lettore.

Come mai hai scelto il genere storico?

Essendo appassionato appunto di Storia e, come già detto prima, nutrendo fin da ragazzo il desiderio di raccontare il mondo al mondo, per me è inevitabile inserire le peripezie dei miei immaginari personaggi all’interno di eventi invece realmente accaduti. Probabilmente agisce anche una sorta di “transfert”: fare l’inviato speciale per altra via (certamente… pantofolaia!).

Che cosa ritieni abbia di particolare il tuo romanzo?

Credo che esso sia caratterizzato dal giusto equilibrio tra il resoconto (non scolastico) dei fatti reali e la narrazione della vicenda sentimentale tra Tanja e Giuliano; un bilanciamento, proprio del “romanzo storico”, che rende realistica una bella fiaba.

C’è un personaggio particolare in cui ti identifichi di più? Se sì, perché?

Se intendi un personaggio davvero esistito, beh, forse più di altri ammiro Giuseppe Garibaldi: perché idealista, desideroso di avventura, romantico.
Se invece devo attenermi strettamente al romanzo, mi sento più “vicino” ai due protagonisti maschili: il sottotenente sanremese e il generale sovietico Stepan Kovalev. Entrambi hanno in orrore la guerra e, oltreché con il nemico, lottano con se stessi per far sopravvivere la loro umanità. Vedi, io credo che, anche inconsapevolmente, lo scrittore trasferisca sempre nei propri personaggi una parte di sé.

Quando scrivi un romanzo sai già come andrà a finire la storia oppure parti da un’idea generale e poi ti lasci trasportare dal racconto stesso?

In genere, quando prendo carta e penna, ho già in mente dove il racconto andrà a parare e di conseguenza anche alcuni dei suoi “snodi” cruciali. Gli accadimenti che “legano” tra loro questi ultimi e che conducono infine al finale prefigurato invece li invento via via, cioè strada facendo: semplicemente immagino di trovarmi lì sul posto e, proprio come un reporter, registro sul foglio bianco la scena che “vedo” in quello specifico istante. In un altro momento mi scorrerebbe davanti agli occhi (e quindi racconterei) un episodio sicuramente molto diverso. Insomma, domani la trama sarebbe differente da quella di oggi.

Cosa rappresenta per te la scrittura? E a che età hai iniziato a scrivere?

La forma più efficace di trasmissione agli altri del proprio vissuto, del proprio io più intimo.
Scrivo fin da ragazzino. Ho iniziato alle scuole medie, redigendo per i compagni di classe i resoconti delle partite di calcio che ascoltavo alla radiolina. Poi al liceo ho dato vita a un diario “camuffato”: sulle sue pagine le mie vicende personali risultavano infatti vissute da personaggi in realtà inesistenti ed è così che, alla fine, è nato il mio primo racconto lungo; in seguito l’ho intitolato “Storia di una storia” e dice molto di me giovane sotto le finte vesti di un giovane studente americano partito infine per il Viet Nam.

Stai già lavorando ad un nuovo romanzo?

No, al momento sono in… pausa. E, in linea teorica, potrei anche non comporre più per parecchio tempo: dato che per me scrivere è un puro divertimento, ritirerò infatti la penna fuori dal cassetto (io scrivo rigorosamente a mano) soltanto il giorno in cui mi balenerà nella testa – d’improvviso, inattesa e inimmaginata – una nuova fantasticheria.

Devi consigliare il tuo libro a un nuovo lettore. Cosa gli diresti?

Di leggerlo perché se non conosciamo il nostro passato non possiamo sperare in un mondo migliore; perché dobbiamo sforzarci di capire e possibilmente rispettare l’altro.
Di assaporarlo lentamente, proprio come con una liquirizia, poiché narra di una toccante storia d’amore, e senza amore la vita non è… vita.

Ringrazio Claudio per questa intervista molto interessante.
Alla prossima,
Palma.

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