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Recensione – Shining – Stephen King

Scheda Tecnica

  • Titolo: Shining
  • Autore: Stephen King
  • Editore: Bompiani
  • Data pubblicazione: 1977
  • Lingua: Italiano
  • Pagine: 592
  • Copertina flessibile: 11,90 euro
  • Ebook: 6,99 euro

Trama

L’Overlook, uno strano e imponente albergo che domina le alte montagne del Colorado, è stato teatro di numerosi delitti e suicidi e sembra aver assorbito forze maligne che vanno al di là di ogni
comprensione umana e si manifestano soprattutto d’inverno, quando l’albergo chiude e resta isolato per la neve. Uno scrittore fallito, Jack Torrance, con la moglie Wendy e il figlio Danny di cinque anni, accetta di fare il guardiano invernale all’Overlook, ed è allora che le forze del male si scatenano con rinnovato impeto: la famiglia si trova avvolta ben presto in un’atmosfera sinistra. Dinanzi a Danny – che è dotato di un potere extrasensoriale, lo ”shine” – si materializzano gli orribili fatti accaduti nelle stanze dell’albergo, ma se il bambino si oppone con forza a insidie e presenze, il padre ne rimane vittima.

Recensione

Avvertenza: se la vostra conoscenza di Shining si limitasse al film di Kubrick, cancellate tutto. Questa è la vera storia della famiglia Torrance, di cui il film è il fratello scemo. Il regista ha stuprato un capolavoro ma, essendo un genio, ha creato un film ugualmente piacevole, con un Jack Nicholson immenso.
“Shining” è una pietra miliare della produzione Kinghiana, lettura imprescindibile per gli amanti del genere e per chi avesse voglia di avventurarsi sul cammino verso “La torre nera”. In questo romanzo si introduce il concetto di “shine”, l’aura o la luccicanza, un dono che ti permette di “vedere più in là”, fare delle predizioni, comunicare telepaticamente, sapere cos’è accaduto nel passato di un oggetto, o di una persona, con un semplice tocco, e tanto altro ancora. In altre opere di King viene chiamato in un altro modo, ma “Shine” è il nome che dà la nonna di Dick Hallorann, il cuoco dell’Overlook Hotel, a questo dono.

Ricorda Dick, nel primo incontro con Danny Torrance, che lui e la nonna facevano interminabili chiacchierate senza aprir bocca. Danny, il bambino protagonista, lo ritroveremo adulto in “Doctor Sleep” (che ho già recensito su questo blog), il sequel di questo romanzo, dove scopriremo che la luccicanza tende a esaurirsi, ma non del tutto, con l’avanzare dell’età, mentre il consumo di alcolici ne riduce gli effetti. Wendy e Jack ne posseggono un po’ e ripensando anche alla nonna di Dick, viene da supporre che possa essere ereditaria.

Wendy è una vera eroina, madre di Danny e moglie di Jack. Se avete ancora in mente il personaggio interpretato dalla Duvall, scordatevela, non c’entra nulla. La signora Torrance è forte, una guerriera, non una stupida piagnona, colei che fa fronte alla violenza del marito, al particolare dono del figlio e agli eventi paranormali a cui assistono nell’hotel.

Jack Torrance, dimentichiamo la magnifica interpretazione di Nicholson, che fa apparire l’uomo come un pazzo già dalla prima scena, è condotto gradualmente sulla strada per la follia dall’Hotel stesso, che gli fa credere di volerlo mettere in cima alla catena di comando, e così sparisce il senso di fallimento che lo attanaglia, lui è un vincente, è la sua famiglia a non credere nelle sue capacità e a tarpargli le ali.

L’Albergo fa tutto questo per una ragione: averne il figlio, un bambino con un’elevatissima quantità di Shine.

Anche Danny non è quel soprammobile del film di Kubrick, è invece un bambino molto maturo per la sua età, ha la luccicanza e questo gli dà tanta forza, è fantastico, oscuro e potente. Sa che qualcosa di brutto vive in quell’albergo e la mia scena preferita è quella in cui si trova fuori dalla stanza 217.

È descritta così bene, così intensamente, che toglie il fiato.
Il Re del Maine affronta tematiche importanti come l’alcolismo e i rapporti famigliari, senza essere mai banale. La narrazione procede anche a ritroso e analizza magistralmente le derive psichiche di classiche istanze freudiane: “sono questo tipo di genitore a causa dei genitori che ho avuto”.
La migliore trasposizione cinematografica è quella che vi fate leggendo il libro di zio Steve. La forza descrittiva permette al lettore di sprofondare nell’universo da lui creato, restituendo sensazioni, tensioni e gli incubi dei personaggi. King è un osservatore zelante dell’essere umano e dei suoi orrori. Solitamente tanta riflessione potrebbe stancare, invece qui ti trascina con sé. Nel terrore.

Benvenuti nel Bazar dei Brutti Sogni, fate buoni incubi!

Un pensiero riguardo “Recensione – Shining – Stephen King

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