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Autori tra le righe – @ferdinando.salamino

Scheda Tecnica

  • Nome autore: Ferdinando Salamino
  • Titolo opera: Il Kamikaze di Cellophane
  • Genere: Noir Psicologico
  • Data di pubblicazione: 18 Aprile 2019

Trama

Un noir psicologico che accompagna il lettore al confine tra bene e male, vendetta e perdono, allucinazione e realtà. Cosa può trasformare un ragazzino mite e amante dei libri in un assassino implacabile? Cresciuto all’ombra di un padre violento, umiliato dai compagni di scuola e rinchiuso per quasi tre anni in un ospedale psichiatrico, Michele Sabella è sopravvissuto aggrappandosi all’amore per Elena, una paziente anoressica conosciuta in istituto. Quando Elena tenta il suicidio, Michele decide di dare la caccia al carnefice silenzioso che la sta trascinando oltre i confini della follia. Per farlo, dovrà liberare i propri “demoni di cellophane” e abbandonarsi alla violenza dalla quale era sempre fuggito. Se nessuno può essere assolto, ha davvero senso condannare?

  • Formati Cartaceo
  • Prezzo Cartaceo €13,60
  • Dove si trova il romanzo: Ordinabile in libreria, in tutti gli store online, ordinabile presso l’editore

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Domande

  • Che cosa vuoi dirci di te come persona, oltre che come autore?

Mi piace pensare che la mia scrittura sgorghi in modo naturale dalla mia vita, da quello che sono o sono stato.

Nella mia vita ho fatto il musicista, lo psicologo, il terapeuta familiare, il pugile amatoriale, il professore universitario. Sono padre di due ragazzi meravigliosi, Orlando e Ginevra, e un marito follemente innamorato.

Tutte queste diverse identità hanno dato forma alla mia persona e al mio modo di scrivere.

Mia moglie Elisa non è soltanto fonte di ispirazione per alcune caratteristiche dei miei personaggi femminili più riusciti, ma anche la mia beta-reader più spietata.

  • Che cosa ti ha spinto a scrivere questa storia?

Questa storia mi è nata dentro undici anni fa. Lavoravo in un istituto di riabilitazione psichiatrica, una “residenza protetta”, come la chiamavamo noi operatori. Alle riunioni d’equipe era tutto un gran lamentarsi dei pazienti che non prendevano i farmaci, non seguivano le regole, cercavano addirittura (udite, udite) di far sesso tra loro e creare relazioni.

Così mi sono nate una domanda e una certezza.

La domanda era: quando parliamo di “proteggere”, chi stiamo proteggendo, da chi, in che modo? Proteggiamo i pazienti da un mondo troppo complicato, oppure stiamo proteggendo il mondo da persone che non è in grado di accogliere?

La certezza era che la vita non si lascia fermare. Il sesso, l’amore, il desiderio, troveranno sempre il modo di infiltrarsi, prima o poi, non importa quanto alti siano i muri o spesse le porte in cui cerchi di ingabbiarli.

La voglia di scrivere questo romanzo è nata così, da una domanda e una certezza. Michele, il mio protagonista, vi porterà dentro una di queste strutture protette, offrendovi uno sguardo che, forse, vi farà un po’ paura…

  • Qual è il messaggio del tuo libro?

Non credo di aver cercato di trasmettere un messaggio. Sono sempre diffidente nei confronti di quegli scrittori, e di quei libri, che vogliono convincermi di qualcosa. La mia unica ambizione era raccontare una storia, sperando che potesse appassionare il lettore. Ognuno, credo, trova nei romanzi che ama i messaggi che è pronto a ricevere e decifrare.

  • Che cosa vorresti trasmettere al lettore?

Emozioni. Soprattutto la forza di un amore difficile, magari pure un po’ malato, eppure potente e salvifico, a suo modo. Elena e Michele sono Romeo e Giulietta con le vene inquinate di farmaci, cercano un luogo dove potersi amare senza segreti e senza prigioni. Non sarà una ricerca facile.

  • Come mai hai scelto questo genere?

È il genere che ha scelto me. Quando ho fatto leggere la prima bozza al mio amico Jacopo Casiraghi (grande autore, tra l’altro), mi ha detto: “amico mio, questo è un noir. Devi lasciarlo vivere, crescere, respirare”. E’ stato come se qualcuno avesse inserito la combinazione giusta nella cassaforte della mia scrittura. Ho sentito un “click” e ho capito che era la strada giusta. Non è stato facile, ho dovuto fare cambiamenti, ma alla fine ne è valsa la pena.

  • Che cosa ritieni abbia di particolare il tuo romanzo?

Ti riporto un paio di opinioni di lettori, ciascuno con la sua idea di cosa il mio romanzo abbia di speciale, e alla fine ti dico anche la mia opinione (per ultima, perché secondo me conta molto meno).

Niana Vinci, autrice di notevole talento e sensibilità, mi ha detto, commentando il romanzo: “tu hai creato il perfetto eroe da romanzo rosa, quello che tutte le lettrici romance sognano, e lo hai scaraventato in un noir”. Punto di vista interessante e che mi ha fatto riflettere. Michele mi è sfuggito di mano, lo avevo concepito come ragazzo problematico, intelligente ma anche inetto, rispetto ad alcuni rapporti sociali, lui si è preso la scena ed è diventato un eroe romantico, quasi di nascosto. Mi ha proprio fregato. È una simpatica canaglia…

Diversi lettori mi hanno detto che, leggendo “Il Kamikaze di Cellophane”, hanno pensato a Palanhiuk e al suo modo di distorcere la realtà appena un poco, ma tanto da farli camminare tra le pagine sempre con un senso di disturbante “quasi normalità”. Si tratta di un complimento enorme che mi aiuta nelle giornate in cui magari penso di non essere all’altezza.

Per me, ciò che rende questo romanzo particolare è il dialogo continuo col lettore. Il Kamikaze ti interroga, non ti lascia in pace, ti obbliga a guardare quell’angolo oscuro in fondo al corridoio, dove non vorresti andare. È quasi un romanzo interattivo, perché Michele stesso ti pone sempre una domanda a cui devi rispondere, se vuoi comprendere quello che sta accadendo.

  • C’è un personaggio particolare in cui ti identifichi di più? Se sì, perché?

Diciamo che ci sono frammenti di me in molti di loro. Il modo in cui Michele affronta certe situazioni è molto vicino alla mia sensibilità. Il suo senso della lealtà, la sua rabbia verso certe ingiustizie, la sua ironia, mi somigliano molto.
Fleni è uno psicologo con un punto di vista sul genere umano assai vicino al mio.
Giulio, il padre di Elena, ha una franchezza disincantata e un po’ cinica che a volte mi riconosco.
Frankie, l’allenatore di Michele, rispecchia il mio amore per la boxe.
L’unico che forse non mi somiglia è Crociani, sa troppe cose. Io non sono così intelligente…

  • Quando scrivi un romanzo sai già come andrà a finire la storia oppure parti da un’idea generale e poi ti lasci trasportare dal racconto stesso?

A volte credo di saperlo, poi i personaggi fanno scelte che mi sorprendono e aprono la strada a finali differenti. Con “Il Kamikaze di Cellophane” è successo, il finale che leggerete non è quello che avevo in mente all’inizio. Michele mi ha fregato di nuovo.

  • Cosa rappresenta per te la scrittura? E a che età hai iniziato a scrivere?

Scrivere è un modo di andare oltre me stesso, immaginare altri mondi, forzare un tantino le sbarre che contengono la realtà e lasciare che la fantasia la contamini, la trasformi.

Ho iniziato da bambino. Per il mio decimo compleanno il  mio vicino di casa mi regalò una macchina per scrivere Olivetti. Adoravo il tintinnare dei tasti e lo scampanellio quando andavo a capo. Ci passavo interi pomeriggi, immerso in storie che nessuno avrebbe letto. Mi piaceva vedere il modo in cui la mia immaginazione prendeva a poco a poco forma sulla carta. Pubblicare è un’idea che è arrivata molto dopo, quasi per gioco, per scommessa. Qualcuno mi ha detto “dai, provaci” e io, forse avevo bevuto, ho detto “ok”.

  • Stai già lavorando ad un nuovo romanzo?

Ho scritto un racconto breve, “Sangue Bianco”, che vedrà la luce il 17 Ottobre nell’antologia Noir “Il Tallone di Achille”, curata da Sonia Sacrato e Massimo Tallone ed edita da Golem.

Ho firmato un contratto di pubblicazione con una casa editrice, molto quotata nel genere noir, per il mio secondo romanzo. Il libro vedrà la luce nel primo trimestre del nuovo anno e sarà una sorpresa (spero gradita) per chi ha amato “Il Kamikaze di Cellophane” ma per ora non posso dire di più.

Ho ultimato la prima stesura del mio terzo romanzo, è ancora presto per inviarlo a un editore, ma è un grande passo per me e posso dirti che è il romanzo di cui sono più orgoglioso. Mi ha obbligato a cambiare stile di scrittura e lavorare molto sulla costruzione della storia, ma ora sono molto felice del risultato. Devo ancora rivederlo, editarlo e tutta la magia nera che sta attorno a un romanzo prima che veda la luce, ma promette bene…

  • Devi consigliare il tuo libro a un nuovo lettore. Cosa gli diresti?

Non consiglio mai il mio romanzo. Non sono bravo a vendere me stesso e, in generale, penso che un romanzo non dovrebbe essere “venduto”. Dovrebbe incontrare il lettore in un territorio comune, essere una scintilla che scocca tra la pagina scritta e chi la legge. L’autore non dovrebbe avere più voce in capitolo su quello che accade tra la propria storia e chi la prende in mano.

Posso, però, sconsigliare il mio libro. Lo sconsiglio a chi non ama le sorprese, a chi pensa che ci sia una linea netta che divide i buoni dai cattivi e non ha voglia di leggere una storia che possa fargli cambiare idea. Lo sconsiglio a chi non crede nelle seconde possibilità. Lo sconsiglio a chi pensa di avere il diritto di giudicare, sempre e comunque. Lo sconsiglio, infine, a chi ha il cuore debole. Prescrizione medica, diciamo…

Domanda plus

  • Ti lascio libero/a di aggiungere tutto quello che vuoi sui tuoi romanzi e il lavoro che c’è stato dietro, o il tuo amore per la lettura e la scrittura.

Ho parlato abbastanza di me, quasi quasi lascio parlare Michele, che ne dici?

Dal prologo de “Il Kamikaze di Cellophane”, le prime righe…

Per quelli come me arriva sempre il giorno. Quello in cui uccidi o ti fai ammazzare, o entrambe le cose.
Perché alla fine è tutta una questione di impulsi, capite?
Di impulsi e di controllo.
Prendete due bambini in una sera d’estate, una di quelle dove l’aria è una colata di pece sulla pelle e l’unico rumore è lo sfrigolio degli insetti giustiziati dalle zanzariere elettriche. Due bambini come tanti, sui sette anni, vestiti con una canottiera a righe orizzontali e un paio di pantaloncini di spugna. Due bambini punti da un pappataci nella canicola di agosto. Immaginateli piagnucolare per il prurito, correre dalla mamma, sedersi sulle sue ginocchia. Pensate a questa mamma che sorride, estrae la pomata dalla borsa di vimini e la spalma con cura sul braccino.
“Non grattarti, tesoro. Tra due minuti passa.”
Bacio sulla fronte. Carezza sulla testa.
Il bambino numero 1 getta un’occhiata al braccio. Gli prude da morire, ma non vuole disobbedire e dare una delusione alla mamma. Stringe i denti, chiude gli occhi. Comincia a pensare alla squadra del cuore, all’album delle figurine, al cartone animato preferito. Due minuti dopo, tre al massimo, non sente più fastidio. La pomata ha fatto effetto, come aveva promesso sua madre.
Il bambino numero 2 non riesce a staccare gli occhi dal braccio. Cerca di pensare ad altro ma non ci riesce. Il prurito è un chiodo arrugginito piantato nella testa. Nessuno al mondo, a parte lui, può sapere quanto pruda quel piccolo punto rosso.
Si gratta.
Pianta le unghie sporche di sabbia nella pelle e le trascina avanti e indietro come un aratro, seminando sangue. Il prurito diventa bruciore, il bruciore si trasforma in capriccio, il capriccio genera la punizione.
Questi due piccoli esseri umani non possono saperlo, ma i loro destini hanno svoltato per sempre in direzioni opposte.
Il bambino 1 impara che c’è una soluzione per ogni cosa e ci sono persone che ne sanno più di te, desiderose di aiutarti; che con una strategia efficace e un po’ di sacrificio qualunque risultato è raggiungibile. Non avrà problemi a rispettare le gerarchie e fare gioco di squadra. Uno così lo vogliono tutti. Potete predirgli un futuro da architetto, medico, ingegnere.
Il bambino 2 non tollera la frustrazione. Ha la pelle sottile e una mente che si lascia sopraffare dai sensi. Che destino può avere, questo squinternato? Delinquente, malato psichiatrico. Artista, magari. Uno di quelli che fanno un sacco di soldi, da morti.
Impulsi e controllo. Base e altezza. L’area delle possibilità di un essere umano si misura in questo modo.
Devo confessarvelo, se qualcosa prude io mi gratto. Sempre.
Perché ve lo racconto?
Perché sto per fare qualcosa di molto, molto impulsivo.

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